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Dulcis cantilena quae non corpus effeminat sed animum confirmat “ Landolfo
Seniore 1085 - Historia mediolanensis, libro 1 cap.13 Relazione
sul Canto Ambrosiano Ambrogio
nacque nel 340 d.C. a Treviri,
importante città dell’impero romano, oggi in Germania, figlio di un
funzionario romano, rimase presto orfano di madre, di Lui si occupò la sorella
Marcellina. Fu educato a Roma, divenne avvocato e governatore della Liguria –
Emilia con sede a Milano. In quel momento la città e l’intera regione era
dilaniata dalla lotta con gli ariani, una delle eresie più significative del
secolo. Ario nega la divinità di Cristo e il valore della redenzione. Ambrogio,
dice la tradizione, giunto a placare gli animi infervorati dei cittadini, sentì
la voce di un bambino che proponeva di eleggerlo Vescovo. Era il 374 d.C. ed
Ambrogio si trovava nella condizione di catecumeno, quindi non era neppure
battezzato. Questo fatto non ci deve stupire, sia perché spesso i Vescovi erano
eletti dai cittadini, dato che li rappresentavano e svolgevano compiti di
amministratori civici, sia perché il battesimo era spesso concesso dopo un
lunghissimo catecumenato, in età non più giovanissima. Ambrogio scappò, vagò
per tutta la notte per sfuggire dalla città, ma misteriosamente si ritrovò
all’alba alle porte di Milano e capì che questo era il suo compito… Ricevette
il battesimo, l’ordine sacerdotale, offrì i suoi beni alla chiesa, iniziò
una vita di apostolato, fu ammirato da tutti, perché fondeva la speculazione
filosofica greca con l’equilibrio romano, fu legislatore, consigliere di
vescovi ed imperatori, difensore del papato e dell’ortodossia, scrisse
importanti trattati, opere di esegesi, fu l’iniziatore del canto che porta il
suo nome. Siamo
certi di questa informazione? Perché il canto per la chiesa, che solo dal 313
– editto di Costantino – poteva esprimersi liberamente, era così
importante? Già
San Paolo citava: “ In gratia cantantes in cordibus vestris Deo”
- cantate a Dio nei vostri cuori in grazia – (Efesini, 5,18 – 20 )
perché la parola di Dio è sacra, il canto è preghiera. Il canto con il
fascino della sua arte valorizzava la parola di Dio. Dal
tempo di Paolo, morto nel 68 d.C. durante la persecuzione neroniana, ad Ambrogio
erano passati più di tre secoli e non è possibile, visto quanto detto prima,
che non si fossero sviluppate altre forme di canto; si svilupparono infatti in
oriente (bizantino – siriaco – armeno – copto – etiopico) sia in
accidente (romano – aquileiese – beneventano – slavo – celtico –
gallicano – mozarabico) ognuno di questi usava categorie estetiche loro
proprie. Perché
però il canto ambrosiano si mantenne così a lungo? Perché era un fattore
tipico ed inseparabile del rito stesso, fu quindi il rito ambrosiano a mantenere
vivo il canto ambrosiano e queste due realtà furono sempre parallele e
complementari. Probabilmente
quindi Ambrogio non inventò del tutto il canto liturgico, ma gli fece compiere
un notevole salto qualitativo, soprattutto verso tre direzioni: l’introduzione
dell’innodia – il canto antifonato – il canto responsoriale. Dopo
di lui infatti queste novità si diffusero in tutta Europa, ce lo testimoniano
Sant’Agostino nel nono libro delle Confessioni e Paolino, segretario di
Ambrogio, nel tredicesimo capitolo sulla vita del santo. Dei
tredici inni attribuiti ad Ambrogio, quattro sono certamente suoi (
Aeterne rerum conditor – Deus creator omnium – Jam surgit hora tertia –
Intende qui regis Israel) e nove sono quasi certamente autentici per la loro
identità strutturale e stilistica. Nei
suoi inni Ambrogio dimostra grande abilità lessicale, uno stile attento alla
prosodia classica, ma anche grande sensibilità ritmica. Gli inni hanno forma
strofica, con versi isosillabici (uguali numero di sillabe) ed omotonici (gli
accenti tonici sempre nella stessa posizione), i moderni musicologi
attribuiscono anche la musica ad Ambrogio, infatti, anticamente il compositore
di un testo poetico componeva anche la musica con cui era proposto, perché
l’essere musico e poeta coincidevano, Ambrogio, inoltre nei suoi scritti parla
di musica con estrema competenza, cita la scala musicale completa e si riferisce
all’arte della musica in ogni sua opera. Potrebbe essere definito il primo “cantautore”,
perché con il canto degli inni introdusse nella controversia religiosa contro
Ario, allora in atto, un elemento decisivo di larga presa su vasti strati
dell’opinione pubblica. Questo
fatto fu constatabile proprio nel 386 quando Sant’Ambrogio si rifiutò di
consegnare agli ariani le chiese milanesi, disobbedendo all’imperatrice
Giustina, che gliel’aveva imposto, ma non solo, con tutto il popolo occupò la
basilica Porziana e mentre le milizie imperiali cingevano d’assedio la chiesa,
Ambrogio all’interno, insegnava alla folla dei fedeli gli inni da lui
composti, facendo nascere così il canto popolare occidentale. Dopo
di lui, due grandi vescovi milanesi, Eusebio e Lorenzo, composero inni e fecero
trascrivere quelli di Ambrogio. Dal
quinto secolo, Milano conobbe incredibili invasioni barbariche, fu distrutta dai
Goti, occupata dai Longobardi, che finalmente alla fine del settimo
secolo, si convertirono e favorirono la ripresa religiosa a Milano, ma la
convivenza con i Franchi, a loro subentrati, non fu certo facile ed i milanesi
si schierarono non direttamente in difesa della loro terra, perché non
esistevano per motivi storici ideali nazionalistici in cui identificarsi, ma
nella difesa del loro rito e del loro canto, in cui vedevano la propria
sopravvivenza spirituale. Nella
testimonianza di un anonimo poeta milanese nel
“versum de Mediolano civitate” viene mostrato come motivo di orgoglio
che i salmi erano cantati con opportuni moduli al suono dell’organo. Pochi
sono i codici che sono arrivati a noi, Carlo Magno con l’intento di favorire
l’unità liturgica fece distruggere i codici di canto ambrosiano. Nel
secolo nono, Milano vide ben due officine librarie, una arcivescovile e
l’altra presso il Monastero di Sant’Ambrogio, che producevano cultura
finalizzata al rinnovamento liturgico. Fra i codici a noi rimasti citiamo il
Trotti, perché contiene frammenti di notazione ambrosiana, mentre tra il codice
di Busto Arsizio e il codice A28 dell’Ambrosiana, che pure furono redatti a
trent’anni di distanza, troviamo nel primo una stesura retrospettiva e nel
secondo una innovativa con ritocchi ed aggiornamenti. Perché
però l’attività musicale di San Gallo e Rouen nello stesso periodo era più
famosa? Perché
Milano era sempre legata al suo rito, quindi aveva un raggio d’azione
limitato, mentre la liturgia romana con il suo Canto Gregoriano ebbe maggior
estensione ed esecuzione. Anche a Milano dal decimo secolo troviamo influssi del
Canto Gregoriano, che però venne assimilato
“more Ambrosiano”, cioè secondo i parametri con cui la città aveva
da secoli accompagnato la liturgia. Se abbiamo poche testimonianze, lo dobbiamo
al fatto che si preferiva imprimere il canto nella memoria dei cantori,
accennando sui codici solo i punti difficili o controversi
Il
Vescovo Ariberto da Intimiano, ben noto come difensore della città
nell’undicesimo secolo, volle la creazione di una “Schola puerorum”
condotta da musici competenti e da lui personalmente sovvenzionata, per
mantenere il canto liturgico ambrosiano ad un buon livello esecutivo. Dicono i
documenti che presenziasse alle lezioni ed intervenisse con opportuni consigli. Dal
dodicesimo secolo la tradizione del Canto Ambrosiano è testimoniata in parecchi
manoscritti. Tra
i più importanti codici consultati dal Benedettino Dom Gregorio Suñol per le
pubblicazioni dell’Antifonale (1935) e del Vesperale (1939) sono due volumi
scritti dal Prete Fatius DeCastoldis nel 1387/88 per la Chiesa di Vendrogno (
Lecco) Verso
la fine del quattrocento inizia la decadenza del canto ambrosiano, sia per la
tradizione grafica, sia per quella esecutiva. Citiamo comunque Giovanni da
Olmutz, che scrisse “Palma choralis” la prima grammatica di canto ambrosiano
nel 1405. Franchino
Gaffurio, maestro di cappella del Duomo, nel 1500, nella “Pratica musicae”
fornisce interessanti notizie sul canto Ambrosiano ( assenza della cadenza
mediana nel canto dei Salmi, il modo di cantare l’Alleluja, l’uso dei
bemolli e dei bequadri). Camillo
Perego nel 1574, durante il tempo di San Carlo Borromeo, scrisse “Regola del
canto fermo ambrosiano”, che fu pubblicata solo nel 1622. Questa è anche
l’epoca nella quale prima della nomina a Parroco
si chiedeva al candidato di sostenere un esame sul
“canto fermo ambrosiano ” Fino
all’inizio del diciannovesimo secolo il Canto Ambrosiano ebbe un periodo di
oscura decadenza, anche se in Duomo e in altri centri importanti fu sempre
praticato. Mons.
Guerrino Amelli, pioniere della riforma della musica sacra in Italia, si
interessò molto al canto ambrosiano, ma fu il Canonico del Duomo di Milano
Mons. Emilio Garbagnati ad utilizzare criteri storico-paleografici per
restaurare il canto gregoriano ed ambrosiano, come facevano contemporaneamente i
monaci di Solesmes. Agli inizi del ventesimo secolo si ricordano tra gli
studiosi Don Ascanio Andreoni, Mons. Luigi Mambretti, Mons. Magistretti, Prof.
Giulio Bas, autori di due grammatiche del Canto Ambrosiano e , per le sue
importanti pubblicazioni – antifonale e vesperale ambrosiano -
il monaco Dom Gregorio Maria Suñol. Ai
nostri giorni, il Canto Ambrosiano torna ad essere preso in considerazione perché
siamo, consapevoli che un così grande patrimonio di
arte e di fede non può essere dimenticato. Quale
è la caratteristica fondamentale del Canto Ambrosiano e la sua specificità
rispetto al canto gregoriano? Il Canto Ambrosiano è più arcaico, perché
ancorato alla sua liturgia, non fu coinvolto nell’opera di rinnovamento di cui
fu oggetto il Canto Gregoriano dal nono secolo. Così
il Canto Ambrosiano salvò la purezza delle sue matrici originarie
quindi lo studio del Canto Ambrosiano porta alle soglie del linguaggio
musicale occidentale e rivela così il patrimonio a noi lasciato da due
millenni da uomini che hanno proposto un modo, una strada, un sistema con
cui una comunità si possa rivolgere a Dio in preghiera.
Giovanni
Vianini
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neo-gregoriano
in stile semi-ornato communio
composto da Giovanni Vianini |
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