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- Canto gregoriano nel terzo millennio

- Il canto ambrosiano scelto per la meditazione quaresimale

- Il canto ambrosiano barriera all'eresia ariana

- Ventennale della Schola

- Visita alle Monache Romite

- Ricchezza spirituale ed artistica del Canto Ambrosiano

- La legislazione Liturgico-musicale a Milano

- Canto Ambrosiano e Canto Gregoriano

- La Messa Ambrosiana

- Te Deum Laudamus

- La  prima  pagina  della  gloriosa  storia  

La  prima  pagina  della  gloriosa  storia

Parla il grande Agostino

“ In quei primi giorni ( dopo il battesimo ) io non mi poteva saziare della dolcezza mirabile ond’era pieno, e non rifiniva di considerare l’altezza dei Tuoi consigli nel salvare gli uomini, Signore Dio mio.

Quanto piangeva io di mezzo agli inni e ai cantici Tuoi! Quanto vivamente io era tocco dalla soave voce della Tua Chiesa! Al suono di quelle voci io rimaneva commosso e la Tua verità mi si insinuava dolce nell’animo: il cuore mi si accendeva a pietà e mi correvan le lagrime e fra le lagrime mi sentiva felice.

         Usavasi il canto nella Chiesa di Milano da non lungo tempo; ed era cosa di gran consolazione e conforto il cantare fervorosissimo di quei fedeli ben accordati di voce e di cuore. Era da un anno poco più, da quando vale a dire Giustina, madre del giovinetto Imperatore Valentiniano, influenzata dagli Ariani e per cagione della loro eresia, perseguitava il Tuo Sacerdote Ambrogio. Ma il divoto popolo raccoltosi nella Chiesa, vegliava pronto a morire col suo Vescovo, fedel Tuo servo. Ivi mia Madre, Tua ancella, sempre la prima nelle sollecitudini e nelle vigilie, viveva nella preghiera. Io pure, benchè fossi ancor privo della Tua grazia e del fuoco del divino Spirito, era commosso dalla costernazione e dal turbamento della città. Ora, come la cosa andava in lungo, affinchè il popolo per noia e tristezza non intisichisse, si introdusse l’uso di cantare gli inni e i salmi giusta il costume delle chiese orientali. D’allora in poi questa usanza fu conservata, e passò gia a molte e a quasi tutte le chiese che ne seguirono l’esempio. “

( Confessioni – Libro IX, c. VI e VII )  

 

LA  BELLEZZA

 

Coltivate la bellezza nelle vostre vite, cercatela in quello che fate: vivrà in voi !

 

La bellezza è la voce di Dio, è espressione della Sua purezza e della Sua energia.

Risiede già in voi ma è nascosta sotto una coltre di dubbi, paure (specialmente!) ansie e preoccupazioni e pensieri e distrazioni.

Apritevi e lasciatela respirare.

Chiede solo un po’ di aria.

 

La bellezza è il respiro di Dio, il soffio del Suo Spirito.

Dio si riposa in ciò che è bello.

Offritegli questo ristoro !

Pensate : essere la consolazione di Dio !

 

Roberta Arinci

03/06/2003 RINGRAZIAMENTO DON GIUSEPPE BRESSANELLI

La ringrazio vivamente di avermi inviato le fotografie del Concerto "Umile et alta più che creatura" tenuto presso la Parrocchia dell'Immacolata lo scorso 11 maggio e più ancora per le grandi suggestioni suscitate in tutti i presenti per il prezioso ambiente di preghiera ivi creatosi con i canti gregoriani in onore di Maria SS. eseguiti da codesta benemerita "Schola". Si tratta di un autentico apostolato liturgico!

La ringrazio anche per la preziosa testimonianza liturgica chi mi è stata offerta ieri sera ( 3 giugno) presso la parrocchia dei SS. Giovanni e Pio dove ho avuto la possibilità di presiedere la celebrazione Eucaristica in onore del Beato Giovanni XXIII.

Penso, come da colloqui già instaurati, mi venga offerta la possibilità di  stabilire ulteriori contatti.

Saluti!

don Giuseppe Bressanelli

IL CANTO AMBROSIANO SCELTO PER LA MEDITAZIONE QUARESIMALE
Chiesa degli Angeli custodi - Milano, VENERDI' 22. 02. 2002, ore 21


Dopo quasi due mesi di intensa preparazione, salvo due partecipazioni alle liturgie nella chiesa di S.Marco in Milano e nell'Abbazia cistercense di Chiaravalle, la "SCHOLA GREGORIANA MEDIOLANENSIS" ha tenuto un emozionantissimo concerto di canto ambrosiano e gregoriano nella chiesa degli Angeli Custodi, Zona Porta Romana - MI -.
L'invito era pervenuto al Maestro Giovanni Vianini, che prima del concerto, da esperto organista, ha fatto provare i vari brani accompagnandoli con il prestigioso organo della Bottega organaria Mascioni di Cuvio -VA - di cui dal 1979 la parrocchia si è dotata tuffandosi beata nelle sue calde e vibranti sonorità barocche, frutto sapiente di 1210 canne .
La chiesa è un edificio moderno, sorto nel 1962 per volere del Card. Montini, poi divenuto Paolo VI°, su progetto dell'architetto francescano Fra Costantino Ruggeri . In un sito di capannoni industriali dismessi e cadenti il frate artista ha "inventato" questa chiesa che ha anticipato quasi profeticamente i dettami del concilio in materia di architettura sacra: l'altare è proprio nel mezzo di un'unica grande navata, illuminato dall'alto da un lucernario a parallelepipedo e attorniato da un ampio presbiterio, impreziosito dalla luminosa pietra di Vicenza. Di singolare ci sono da ricordare il Battistero con l'acqua corrente e un Tabernacolo trasparente, con il cestello dell'eucarestia visibile. In particolare attirano l'occhio del fedele la mirabile sintesi architettonica dell'interno, l'armonia dei volumi e degli spazi con i loro significati liturgici, che rendono questa struttura sacra molto adatta al raccoglimento e alla meditazione. Il canto poi viene esaltato da un'acustica mirabile e insospettabile in una costruzione così moderna, che non ha nulla da invidiare, per la resa dei suoni, alle antiche abbazie che rappresentano l'apice di sublimazione del "melos" gregoriano ed ambrosiano.
La Schola, col suo maestro, si è esaltata, rapita dal programma interpretato - Quoniam Tu illuminas -, dall'attenzione dei partecipanti, senza che un colpo di tosse o un fruscio indebito delle pagine su cui i presenti leggevano i testi in italiano , potessero distogliere dalla concentrazione, dall'ascolto e dalla meditazione/preghiera che per ben quattro volte è stata fatta anche in comune, recitando tutti a voce alta il testo dei canti appena eseguiti. La serata infatti, ben preparata dal Parroco, era inserita nell' attività parrocchiale programmata per i quattro Venerdì di quaresima con il nome di: "Quaresimale parrocchiale di musica e preghiera".
La Schola, nel suo completo di voci maschili e femminili, si è disposta in semicerchio nello spazioso presbiterio, in un abbraccio del candido altare, quasi sommerso dall'effetto scenografico della bianca cocolla indossata dai coristi.
Inni ambrosiani, antifone, responsori, mottetti e altri canti in gregoriano e anche in polifonia a quattro voci miste hanno reso molto viva e appassionata la serata che la Schola e il suo Maestro Vianini ricorderanno come esperienza artistica e spirituale indimenticabile.
"Vide humilitatem meam",responsorio ambrosiano per il tempo di Quaresima interpretato dalla componente maschile, è stato reso con perfetta aderenza al testo e alla melodia, con la purezza di cuore che la Bibbia raccomanda: confessare a Dio la propria pochezza e miseria e nello stesso tempo la fiducia nella sua misericordia. L'antico autore interpreta il testo della supplica con una melodia decisa, senza troppi melismi e note fuori rigo , mentre è resa solenne e forte l'invocazione - "Deus meus" -, con tre melismi di tonalità più alta e ben sostenuta.
Altro brano reso mirabilmente, nonostante le rilevanti difficoltà tecniche e interpretative è stato il responsorio ambrosiano -"Tenebrae factae sunt"-. Il disperato grido a Dio di Cristo morente in croce, musicalmente descritto con prolungati melismi fuori rigo, é stato interpretato dall'unisono maschile con voce ed animo vibranti ed emozionanti. Le voci femminili hanno invece musicalmente commentato il testo della morte - "Et inclinato capite..." - con mirabile pathos, quasi un omaggio inconscio alla tradizione antropologica dell'arte che ha in maggior parte affidato alla sensibilità femminile la rappresentazione del dramma della morte.
Un magico momento si è avverato per l'antifona/mottetto -"Regina caeli, laetare.."- introdotta in gregoriano, proseguita in polifonia a quattro voci e terminata ancora in gregoriano, ma a canone; ogni passaggio è stato interpretato senza sussulti, con tutto il coro in un'alternanza piacevole all'udito e sapiente nell'esecuzione. Un momento inusuale, ma gradevolissimo anche per il pubblico, visibilmente catturato dall'evento.
I lunghi applausi degli astanti e le compiaciute espressioni di apprezzamento del Parroco, hanno gratificato il Maestro Vianini e tutta la Schola. In onore della Madonna , Regina degli Angeli Custodi, viene richiesta, come favore particolare, la ripetizione dell'antifona mariana in ambrosiano -"Ave, Regina caelorum: Ave, Domina Angelorum"-, che è stata cantata, dapprima, dalla giovane soprano Elisabetta Livio, mai così convincente e suggestiva, assecondata nelle flautate modulazioni dall'acustica e dall' eterea atmosfera del momento. Tanto è stato il diletto di ascoltarla, quanto il rammarico di dover concludere la sua interpretazione per riproporre il canto con tutta la Schola, sempre più orgogliosa e fiera di aver compiuto ancora una volta un'operazione culturale e artistica impareggiabile.

IL CANTO AMBROSIANO BARRIERA All' ERESIA ARIANA
Sabato 22 Settembre 2001
La Schola Gregoriana Mediolanensis, a conclusione del ciclo musicale Musica sacra in Badia: Rassegna di canto ambrosiano, ha illustrato con un formidabile concerto tutto il valore musicale e storico del repertorio poetico e musicale composto da S. Ambrogio, "cantautore" e venerato vescovo di Milano. Su invito dell'Associazione "Amici della Badia di S. Gemolo" in Ganna (Varese), la Schola ha interpretato con viva emozione una lunga esemplificazione di canti ambrosiani, di fronte ad un pubblico attentissimo e competente, reso più cosciente da un lungo percorso preparatorio sul canto gregoriano e, in particolare, su quello ambrosiano.
Una dotta relazione sul tema Il canto ambrosiano oggi ha dato l'opportunità al Maestro Giovanni Vianini, prima di iniziare il concerto, di presentare la grande personalità poetica di Ambrogio, originale compositore sacro. I suoi fedeli milanesi, infatti, assediati dagli ariani che negavano la divinità di Cristo, potevano gridare a gran voce la loro fede sotto la guida e l'incitamento del santo compositore. I suoi Inni furono veramente una barriera sonora, oltre che ideologica, contro una simile devastante eresia, come afferma il suo discepolo S.Agostino. La proiezione di alcuni lucidi ha reso evidente come, dalla trasmissione orale dei canti, si sia passati al sistema di scrittura romboidale dei neumi ambrosiani su tetragramma, dopo un periodo di indicazione vaga della melodia sopra le parole dei testi. Alcuni codici del XII° sec., in particolare uno grande come una cartolina conservato nella British Library di Londra, hanno reso evidente e comprensibile l'esposizione a tutti. "Molte melodie ambrosiane sono andate, purtroppo, perdute per l'imposizione di Carlo Magno a tutto l'impero del rito romano e quindi del canto gregoriano". E' stato questo il dispiaciuto commiato del relatore e maestro della Schola .
La conferenza era stata preceduta da un intervento di Fabio Sartorelli, preparatissimo critico musicale, insegnante di conservatorio e collaboratore del mensile "Musica".
Ha esordito affermando che è improprio parlare di concerto di canto gregoriano o ambrosiano, in quanto i concerti si tengono sui compositori classici, affinché il pubblico giudichi la maggior o minor bravura degli interpreti. Il Canto sacro non è di per sé né bello né brutto, perché è una preghiera cantata, non soggetta a criteri estetici. Il canto gregoriano e ambrosiano sono sacri perché sono rispettosi della parola, del testo, del loro scorrere in salmodia, ciò che la polifonia non rispetta. La melodia sacra è ancora per tutti una forte opportunità di giubilare e cantare a Dio quando l'inadeguatezza delle nostre parole ci rattrista.
Se non si apprezza quest'arte musicale, non si possono capire appieno altre forme artistiche dell'epoca, come l'architettura nata per dar maggior fremito alle melodie sacre: le chiese antiche, le abbazie, i chiostri, gli affreschi. Da tutto si traeva ispirazione e tutto aiutava a cantare bene. La musica sacra ha avuto anche una grande funzione sociale: ha tenuto unito il popolo nella fede e nella concordia. La musica sacra si è ispirata ai rumori delle acque, al vento, al silenzio e alle voci dei boschi, incontaminati e selvaggi. Manca proprio all'ecologia d'oggi quell'ispirazione musicale!
La serata si è svolta nella piccola chiesa, oggi parrocchia, del complesso abbaziale fruttuariense, sorto nel XII° secolo per opera dei Monaci Benedettini Cluniacensi, in memoria di S. Gemolo, qui ucciso da briganti ed ora sepolto sotto l'altare maggiore. La badia, infatti, era sorta per ospitare monaci, pellegrini o viandanti europei che attraverso la Valganna si recavano in altre abbazie o nei luoghi di culto e di commercio lombardi. La chiesa è in stile romanico, a tre navate con pilastri e pareti di pietra porfiroide, alternata ad arenaria grigia. E' molto spoglia, con un semplice soffitto in legno, ma con una buona acustica. L'antica foresteria è attorniata da due chiostri, di cui uno a forma pentagonale, abbelliti da archi in cotto, a leggero sesto acuto.
La Schola era molto concentrata, e la bianca cocolla che riveste monacalmente la componente femminile e maschile ha riportato i presenti alle epoche in cui, nel medesimo sito, salmodiavano gli autentici seguaci di S.Benedetto.
"Veni Redemptor Gentium", inno di S.Ambrogio, ha aperto la processione delle voci femminili dal fondo della chiesa sino al presbiterio, dove le voci maschili attendevano per proseguire con l'antifona ambrosiana nel tono ornato
( solenne) "Alma Redemptoris Mater".
La Schola ha presentato anche vari canti in polifonia rinascimentale, come lo "Jube Domine" ," Stabat Mater", " Adoramus Te, Christe", "Ubi caritas", " Laudate nomen Domini" etc.
Particolarmente emozionante è stato il responsorio ambrosiano, interpretato dalle voci maschili, "Tenebrae factae sunt", rievocazione della Crocifissione di Gesù. Il grido sulla croce di Cristo, "Deus..., Deus....", è reso straziante dal melisma assai ardito per estensione vocale, seguito dal "Quid me dereliquisti", concluso dall' " Et inclinato capite" di alta spiritualità e di geniale effetto melodico.
L'apprezzamento del pubblico e degli organizzatori ha ripagato in abbondanza la fatica e l'impegno della serata, specie per il Maestro della Schola, Giovanni Vianini, oggi anche nella duplice veste di relatore ufficiale e testimone del valore musicale e della capacità emotiva dei canti ambrosiani.
Paolo Mason
Milano - Settembre 2001

Il nostro tempo MILANO CULTURA Domenica 23 Dicembre 2001 - pag. 5
n.47

ANNIVERSARIO Compie vent'anni la "Schola Gregoriana Mediolanensis"

<Un canto sempre vivo>
Vianini: < Il nostro impegno al servizio della Liturgia, come missione e apostolato>

" DIO ESISTE, È QUI, MI AMA E MI CHIAMA ".
Così il grande scrittore Paul Claudel raccontava il suo incontro con il Signore, avvenuto nella Cattedrale parigina di Notre Dame, in un lontano Natale del 1886. Tra le maestose navate della splendida cattedrale gotica, in quel momento, risuonava il canto gregoriano dell' "Adeste fideles" e piace pensare che proprio questa "voce" umana abbia risvegliato la "Voce dell'Infinito" nel cuore di Claudel. Come accade in quello di tanti altri anonimi credenti che da quasi un millennio pregano accompagnati dal misterioso fascino del canto gregoriano.
E non solo nelle Abbazie cistercensi o nei conventi di clausura, ma anche in una città che pare, specie in questi giorni, poco incline al silenzio e alla meditazione, e che, invece, rivela un interesse particolare per questa vera e propria arte. Come testimonia la feconda e ormai lunga attività della "Schola Gregoriana Mediolanensis" e, come ricorda il suo fondatore e direttore, Giovanni Vianini, che così spiega il significato di questa iniziativa che nel 2001 compie venti anni. " Da sempre, come figlio di un musicista e per la mia origine cremonese, amo la Musica. Poi, nel 1981, ho fatto la scelta di fondare questa scuola, perché ho sentito l'esigenza di praticare il canto gregoriano in liturgia, in modo che questo repertorio, che è un patrimonio immenso della Chiesa Cattolica, rimanesse vivo ed eseguito. Un impegno, questo, che non si è perso negli anni, ma che anzi è divenuto un desiderio sempre crescente di "fare musica sacra" come missione e apostolato".
Certamente la vocalità corale è stata indissolubilmente legata per secoli alla liturgia. Ma ora?
Il canto gregoriano è ancora attualissimo, appunto in virtù della sua spiritualità profonda e insostituibile. Nelle "Messe" cinquecentesche del Palestrina, ad esempio, c'è già un'attenzione agli aspetti esteriori, mentre nel Gregoriano la tensione è tutta interiore e segnata dal senso eterno della Parola.
Dunque, è una tale la peculiarità che rende unica, nel tempo, questa espressione della Fede e della bellezza?
Indubbiamente: prova ne sia proprio il successo della nostra "Schola" che attualmente conta 50 cantori, ma che in questi 20 anni ha visto la partecipazione di oltre mille persone. Uomini e donne che si sono accostati al canto gregoriano con entusiasmo, convinzione, e nella completa gratuità, pur essendo quotidianamente impegnati in molte e diverse attività lavorative. Un dato che mi sembra particolarmente significativo sottolineare è quello che riguarda i giovani, che rappresentano circa un terzo dei nostri gruppi, mentre la base è costituita da cantori di mezza età che sono un po' "l'anello di congiunzione" tra liturgia pre-conciliare e il presente, tra il ricordo del passato e la pratica che noi intendiamo vivificare. Credo che la realtà della "Schola", in questo senso, sia unica in Italia e all'avanguardia nella riscoperta del canto ambrosiano e di quello gregoriano, per la cui diffusione lavoriamo.
Ecco, come si articola l'attività della "Schola"?
Ogni Settembre teniamo un corso per futuri cantori e, poi, annualmente realizziamo degli appuntamenti fissi, molto seguiti, in sedi prestigiose. Infatti, ogni terza Domenica del mese alle ore 18,30 siamo nella Basilica di S. Marco, mentre nell'Abbazia di Chiaravalle cantiamo Messa la Seconda Domenica del mese alle ore 18. Inoltre, settimanalmente, organizziamo incontri di studio (Ogni mercoledi ore 21/23 nell'Aula magna dell'Università Card. Colombo presso la Basilica milanese di S. Marco). Molte sono anche le parrocchie che ci chiamano. Il giorno di Natale saremo, alle 18,30, nella Chiesa di Santa Maria del Carmine, per la Messa solenne " Puer natus".
Voi cantate indossando la "Cocolla" bianca , simbolo del monachesimo, è questo lo spirito che volete comunicare?
Si, nel senso che, contrariamente a quanto si dice, vorremmo che l'abito facesse veramente il monaco e che il canto gregoriano fosse uno strumento privilegiato del dialogo tra Dio e gli uomini.
Annamaria Braccini , Milano Il nostro tempo

 

Visita della Schola Gregoriana Mediolanensis alle Monache Romite Ambrosiane del sacro Monte di Varese.

E’ fresca l’aria alle 7 del mattino di sabato 28 settembre, qui, in cima al Sacro Monte di Varese, mentre i nostri sguardi si perdono – emozionati, a contemplare lo spettacolo naturale che ci circonda.

E’ fresca – molto fresca l’aria, mentre varchiamo – timidi, la soglia del monastero delle monache romite ambrosiane che lì abitano da cento e cento anni.

Subito, ad accoglierci, non c’è nessuno, ma, richiuso dietro di noi il portone e salita una scala, ci attende sorridente e premurosa una monaca che, solerte, ha già occupato le nostre mani con spartiti e messali. Con questi strumenti parteciperemo, di lì a poco, alla Messa delle 8. Noi, insieme ad un piccolo gruppo , silenzioso e fedele, di altre persone. Anch’esse, come noi, venute da fuori. Da oltre quella soglia. Intanto, da una porta chiusa viene il suono delle Lodi. Sono  loro che cantano. Loro, che fra qualche minuto potremo vedere tutte, anche solo per il tempo breve della celebrazione di una Messa.

E intanto noi stiamo lì, oltre la porta, ad ascoltare la loro preghiera, attenti, silenziosi, ma trepidanti. Il maestro Vianini mi dice, sottovoce: “Solfeggiano un po’, ma è bello ascoltarle”. Annuisco. E torniamo in silenzio. Ad ascoltare le loro soavi lodi al Signore in ambrosiano. Poi silenzio. Quella porta si apre. La monaca sorridente ci invita ad entrare.  Entriamo. Prendiamo posto. Facciamo un po’ di rumore nel sistemarci. Loro lì, silenziose e serene, ad aspettarci. Sentiamo, vediamo i loro sguardi comprensivi. E un po’ curiosi. Siamo impacciati. Abbiamo bisogno di un po’ di tempo per capire dove siamo entrati. Siamo in una piccola chiesa che ha il soffitto affrescato in epoca barocca, ma ha conservato le arcate romaniche, e ha le pareti, l’altare e la grata (oh, quella grata!) moderni, attuali. Noi della Schola ci siamo accomodati in una panca vicina ad una porta-finestra che – attraverso una discreta tenda – affaccia sulla vallata e sul mattino sfavillante di bellezza. Loro sono davanti a noi, oltre la grata moderna, e ci guardano. Noi le guardiamo e già siamo avvolti dalla loro soavità.

Inizia la celebrazione della Messa. Loro cantano. E noi cerchiamo di seguire e partecipare ai loro canti. Ma qualcosa ci frena. Ci concentriamo sugli spartiti un po’ difficili da leggere perché in caratteri piccoli – fotocopie ridotte e poco chiare, ma sono scritte in notazione quadrata. Noi la conosciamo, sappiamo leggerla. Potremmo cantare con loro. Eppure non ci riesce facile. Vogliamo ascoltare loro. Il loro suono. La loro freschezza. La loro purezza. Vogliamo comprendere dal loro suono come ci stanno chiamando a partecipare alla loro ricerca del volto di Dio. Ancora abbiamo bisogno di un po’ di tempo. Loro cantano. Ci stanno ancora invitando a condividere la preghiera. E’ il momento del Sanctus. Verso la fine riusciamo a cantare un po’ con loro. Ma ci pare comunque di disturbare, di non essere all’altezza di quel momento. Il loro suono è dolce, leggero, pulito. Sereno. Ci riempie di bellezza (ma loro lo sanno?).  E il nostro sguardo vaga dalle loro figure oltre la grata, alla porta-finestra aperta sulla luce del giorno che avanza. Il loro canto va verso la luce di questo mattino che sembra eterno. Siamo attoniti. Dolcemente stupefatti. E stiamo pregando. Anche noi. Con loro.

Termina la Messa. Loro, in fila, salutano il Signore e tornano (dove?) alle loro occupazioni. Sguardi nostri si incrociano con i loro, sorrisi reciproci leggeri – attraverso la grata in stile moderno, che sembrano provenire da un’amicizia che ha una storia; sorrisi e sguardi dolci, soavi, che ci avvicinano. Effetto forte su di noi. Ci sentiamo accolti. E i nostri sorrisi e sguardi timidi, quale effetto avranno su di loro? Non lo sapremo mai  (o forse lo sapremo fra poco, in qualche modo). Ma sono loro che ci danno messaggi di dolcezza. E noi, noi con il peso della nostra presenza cosa avremo dato loro, adesso? Qualcosa?. Forse. Il dubbio ci sovrasta. Ci sentiamo inadeguati.

Anche l’ultima monaca ha salutato il Signore. Scompare.

Siamo invitati cortesemente ad uscire. Il piccolo gruppo della Schola Gregoriana Mediolanensis con il suo maestro Giovanni Vianini, attende. Arriva una telefonata. Ora possiamo entrare in una stanza con tanti scaffali pieni di libri, e un computer. C’è uno spazio un po’ angusto per noi, e un’altra grata ci divide ancora da loro. Ci stanno davanti la madre e due giovani monache che si occupano di canto e lavoro al computer.

Perché noi siamo lì? Perché un giorno, la madre ha chiesto al maestro Vianini di installare nei loro PC il font “Meinrad” per scrivere la musica ambrosiana e gregoriana in notazione quadrata. Lei conosce il suo ventennale lavoro e la sua dedizione nella diffusione del canto ambrosiano e gregoriano. Chiede a lui un aiuto e uno scambio di idee  e di esperienze.

La loro è l’unica comunità religiosa che pratica ancora in liturgia il canto ambrosiano, tradizione che si stava quasi del tutto perdendo anche al loro interno, ma che hanno ripreso – vent’anni fa, con grande zelo, dopo una visita-lezione di una settimana, al loro monastero, del prof. Baroffio.

Attraverso la grata parliamo un po’. Il maestro Vianini presenta il suo lavoro. Ci descrivono le loro esigenze: vorrebbero rendere più chiari i libretti dei canti in ambrosiano che usano e distribuiscono in liturgia. Spieghiamo cosa potranno fare grazie al “Meinrad”. Attraverso una porta che ci aprono, superiamo anche la grata e ormai siamo accolti nel loro spazio. Ci accomodiamo davanti al computer. I loro volti soavi tradiscono curiosità. Riempiamo il tavolo di fogli, CD, floppy…e fogli di musica. Loro portano libri e fotocopie. Noi parliamo, spieghiamo, facciamo esempi pratici. Loro ascoltano, domandano chiarimenti, comprendono. Ringraziano. “Come possiamo scrivere questo porrectus?…qui è meglio usare un quilisma?….”. Sono felicemente allegre.

Trascorrono così le ore del mattino in un vortice gioioso di proposte e soluzioni, in un clima di fattiva curiosità. Mi accorgo che il ritmo delle nostre parole, dei gesti, dei movimenti corporei si sta modificando. Rallenta. Si placa. Si adegua al loro, che pure non è affatto lento (tutt’altro: sono molto operose). E’ piuttosto un ritmo sereno. Tale diviene anche il nostro.

Allo stesso modo mi accorgo che stiamo imparando a comunicare con gli occhi.  Ora i loro sguardi, così vicini, accompagnano le loro domande con un’intensità inattesa per noi. E, dapprima intimoriti, pian piano anche noi ci ritroviamo a fare altrettanto.

Ad un certo punto qualcuno propone di cantare insieme. Ci alziamo in piedi e ci disponiamo in cerchio. Il maestro Vianini dà l’intonazione, e l’attacco. Cantiamo il responsorio “Media vita”. Senza cercare altro se non condivisione. Comunione. Ci riusciamo. Scaturisce un gradevole suono.

E poi ancora ci incalzano le loro domande, questa volta sull’interpretazione dei canti. “Come gestire i respiri? Come fare melodie nuove su testi ancora non musicati?  Centonizzarli?…”

Concludiamo le nostre operazioni al PC.

E’ mezzogiorno.

Ci invitano a trattenerci per il pranzo. E a partecipare con loro al canto dell’ ”ora media”. Ci donano un altro fiore della loro giornata.

Torniamo nella loro cappella.

La luce, dalla porta-finestra, riempie di nuovi colori lo spazio. Riprendiamo i nostri posti. Ora cantiamo con loro. Più sicuri, più sereni. Preghiamo. L’atmosfera soave ci pervade ancora. E termina il canto. Ancora la processione delle monache scompare – salutando il Crocefisso, dietro la grata. Noi guardiamo. Sappiamo che il nostro tempo con loro sta per terminare. Vorremmo fermarlo ancora un po’, almeno con lo sguardo. Anche l’ultima monaca va via. Usciamo anche noi.

Ci accompagnano al refettorio. Per noi c’è una tavola già preparata per il pranzo. Una monaca spinge un carrello con le vivande. Per noi. Ci saluta cortesemente e va via. Rimaniamo soli. C’è un immenso, delizioso silenzio. Parliamo poco. Ascoltiamo il silenzio e il sordo ritmo delle nostre stoviglie sui piatti. Con nuova attenzione percepiamo il suono e il volume delle nostre voci. Forse stiamo parlando a voce alta. Abbassiamo il tono. Taciamo.

E gustiamo la vista della terrazza che ci invita ad uscire. Alcuni vasi colorati di fiori, non tanti, ma belli. La luce della bella giornata dà volume al paesaggio meraviglioso della vallata.

Dobbiamo andare via. Non vorremmo.

Ancora qualche attimo in quella dimensione di pace. Di equilibrio.

Cerchiamo l’uscita. Ci raggiunge la monaca sorridente che ci aveva accolto con gli spartiti la mattina. Ci saluta e ci apre il portone. Indugiamo sulla soglia. Per un attimo. Il portone si richiude alle nostre spalle. Siamo di nuovo fuori. E siamo frastornati.

Abbiamo lasciato dietro di noi un mondo puro, soave.

« O quam suavis est Domine Spiritus Tuus… » canta una bellissima antifona ambrosiana. Ne avevamo appena avuto un’ esperienza tangibile, bellissima, indimenticabile.     

Settembre 2002

Anna Maria Cara

RICCHEZZA SPIRITUALE e ARTISTICA del CANTO AMBROSIANO

Chi da una qualsiasi parte del mondo arrivi a Milano o capiti in Duomo mentre si canta la Messa, o il Vespro - che è l’ufficiatura al tramonto del giorno-, ascolta, dal coro dei canonici o della Cappella musicale, arcaici canti a una sola voce che non si eseguono in nessun’ altra chiesa della cattolicità occidentale salvo, a volte, nella Basilica di S. Ambrogio. ( n.d.r. e in altre parrocchie o centri religiosi della Diocesi  di Milano)

   Sono i canti propri della chiesa milanese, che comprende oggi più di mille parrocchie e circa, cinque milioni di fedeli, e che ha il suo centro - meglio si direbbe, il suo cuore - in quella chiesa che si considera madre di tutte le altre, sparse nell’immenso territorio, e perciò si chiama “ Metropolitana” : il Duomo appunto.

   Se , dunque, la liturgia e il canto della chiesa milanese sono diversi da quelli della chiesa romana e di tutto l’occidente cristiano, è perchè essi hanno in realtà conservato la forma antica. Non a torto qualcuno ha definito, ad esempio, il canto ambrosiano “ il vetusto canto latino, a tinta orientale, diffuso presso tutte le chiese della penisola, e dopo il secolo VIII circa rimasto sostanzialmente immutato nei libri milanesi”.

   LE  FONTI:

I manoscritti, o “Codici” milanesi che contengono canti per la liturgia son qualche centinaio, tra essi sono di  particolare  importanza:  34 anntifonari invernali ( per le celebrazioni dall’Avvento alla Pasqua) e 31 estivi ( dalla Pasqua all’Avvento) contenenti le antifone, cioè i canti per la Messa e i ritornelli da alternare con canto dei salmi nell’officiatura; 12 salteri-innari, per gli inni e i salmi; 9 processionali, che raccolgono i canti per le processioni di penitenza prescritte dal rito; 7 ufficiature per i defunti; e una cinquantina di estratti di vario genere. A questi si aggiungono manoscritti e frammenti vari, e libri della liturgia romana contenenti anche canti ambrosiani. E’ un folto elenco, ma vi scarseggiano proprio i documenti più antichi. Tale scarsezza, anzi, obbliga a un “perchè”,cui sono state date risposte insoddisfacenti: incendi distruttori, insufficienti indagini, giacenze sconosciute in fondi di biblioteche.....

   La risposta forse più vicina al vero, sta nell’importanza che per secoli fu data alla memorizzazione. I canti erano insegnati e trasmessi per via orale, e, con lungo tirocinio d’anni, venivano appresi con immutata fedeltà di note e d’interpretazione, per cui non si riteneva necessario notare molti libri. A Lione, i cantori della cattedrale furono obbligati a cantare tutto il repertorio a memoria, senza diritto al libro, fino al secolo XVII.

   Per quanto riguarda, in particolare, i codici ambrosiani, sono assai numerosi quelli a scrittura diastematica con notazione romboidale - o “gotica” - tipica del canto ambrosiano. Altra caratteristica di scrittura concerne il si bemolle. A volte è segnato con la lettera b, altre volte è indicato con una interlinea verde o azzurra - anche bruna o rossa -, uso forse esclusivo dei nostri manoscritti. Non è raro il caso in cui il bemolle non è neppure indicato, lasciando alla pratica e alla competenza del cantore la scelta del suono, o naturale o addolcito.

   Ma vi erano solennità i cui canti esigevano, oltre che successive indicazioni - in coro, al battistero, ai gradini dell’altare, sui pulpiti - un articolato frazionamento del coro. Per il canto dell’Alleluia nella prima Domenica di Quaresima era uso che quattro pueri  intonassero due volte l’Alleluia sul pulpito seguiti due volte dal coro. Dopo il versetto solistico di un adulto i lectores intonavano un secondo Alleluia, quello “dei santi” cui i quattro pueri rispondevano - stavolta ai piedi dell’altare - con la loro particolare melodia, poi il coro dei “lectores” intonava un terzo Alleluia, più moderno e ricco di vocalizzi. Altre volte questo stesso Alleluia era cantato  per lasciar tempo ai pueri di disporsi in processione per il canto dell’antevangelo.

   Nei vesperi il “responsorio coi fanciulli” - responsorium cum infantibus - era ancor più articolato. Al “corpo” del canto fatto dal coro degli uomini rispondevano i fanciulli. Poi il cantore intonava il versetto cui seguivano ancora i fanciulli col ritornello e un primo lungo melisma (melodiae primae). Gli uomini riprendevano la prima parte del “corpo” e i fanciulli, sulle stesse parole del precedente ritornello (melodiae secundae) fino alla conclusione.

   Mille anni circa  di attività e di esperienze hanno contribuito alla fondazione del corpus musicale ambrosiano.La bellezza e la perfezione di molti suoi canti è indiscutibile.

   Esso riveste, poi, particolare importanza storica, perchè risale nelle sue origini fino a quel secolo quarto, che vide - dopo l’editto costantiniano che stabiliva la libertà del culto cristiano - un fiorire impetuoso d’iniziative spirituali, liturgiche, artistiche, in un clima di alta ed estesa cultura anche musicale.

    Si capisce come la nostra età che, smaliziata da tante esperienze, va alla ricerca di valori nativi e genuini, guardi con particolare interesse tutto quanto concerne il canto ambrosiano. Essa vi sorprende, e gusta, il naturale profumo di una ricchezza spirituale  e artistica fin qui sconosciuta, e vi scopre una corrispondenza mai rituale o consona col suo desiderio di sostanza e di sincerità.  

estratto da: “IL CANTO AMBROSIANO”

 Mons. Luciano Migliavacca - 1986 NED     

LA  LEGISLAZIONE  LITURGICO-MUSICALE  A MILANO

I PRIMI QUINDICI SECOLI

S. Ambrogio (Treviri 340 - Milano 397) viene considerato il creatore del

canto occidentale. È attestata l'introduzione da lui fatta del canto

antifonale, delle vigilie, che comportavano speciali canti, e degli inni.

Buon conoscitore della musica, vuole che il canto sacro si distingua

nettamente da quello profano: dice di "cantare con gravità e salmeggiare

spiritualmente". E si rivolge a tre categorie di persone che cantano nella

chiesa: il clero, le vergini, il popolo. In particolare, sprona il popolo a

cantare: per lui scrive gli inni, con lui vuole cantare nel salmo

antifonato, affinché ne esca un suono "bello e forte come le onde del mare".

Ma è al Clero che rivolge i suoi precetti: "Lo stesso suono della voce

rispecchi la modestia, affinché la voce troppo chiassosa non offenda

l'orecchio di nessuno. Anzi, come metodo, a poco a poco uno prenda a

salmeggiare, a cantare o da ultimo a parlare. La voce stessa non sia

rilasciata, né sguaiata, né che sappia di femmineo; ma sia tale che

conservi una forma e regola e suono virile. Come però io non approvo il

suono della voce e il portamento del corpo troppo molle e rotto, così

neppure quello villano e rozzo. La voce basta che sia semplice e pura:

l'essere poi sonora è della natura non dell'arte; sia invece distinta nel

modo di pronunciare, così che schivi il suono che sa di rozzo e di villano;

e sia tale da non affettare il ritmo teatrale, ma da conservare il mistico".

Per quanto riguarda gli strumenti musicali, che egli conosce bene, non

parla del loro suono nella chiesa, anzi pare non ne approvasse l'uso:

 "È vera sinfonia quando nella chiesa per la concordia non distinta delle

diverse età e virtù, come di varie corde, si risponde il salmo e si canta:

Amen".

Dopo S. Ambrogio, la tradizione attribuisce ordinamenti per la musica e il

canto a S. Simpliciano, a S. Lorenzo e ad un Vescovo del sec. VIII. Il

riorganizzatore e potenziatore della schola fu Ariberto, come riferisce il

cronista Landolfo Seniore, che però non ha tramandato i particolari del suo ordinamento.                                                                      

Giungiamo al sec. XII, del quale abbiamo due documenti. Il primo è del

cronista Landolfo Juniore intorno all'attività dell'Arcivescovo Giordano da

Clivio e attesta l'uso, prima dignitoso poi sconveniente, di strumenti

musicali nella cattedrale di Milano. Il secondo è il Cerimoniale di

Beroldo, che contiene molte regole per la schola, in particolare sul modo

di cantare una lezione (tono feriale, tono festivo, tono solenne, tono

estivo e tono invernale) e sui vari toni della voce (voce delicata o

intima, voce grave, voce elevata, voce sublime).

Il Concilio Provinciale del 1311 è il primo documento ufficiale milanese

contenente canoni di materia musico-liturgica. Comanda a tutte le Chiese di cantare nuovamente la Messa ogni giorno, come pure la Divina Ufficiatura, con parole che riflettono l'estrema decadenza e l'ignoranza assoluta del canto sacro in quell'epoca.

Nel 1550 l'Arcivescovo Giovanni Angelo Arcimboldi iniziò l'opera di

restaurazione condotta poi da S. Carlo Borromeo: in particolare, revisionò

libri liturgici e di canto e condannò l'introduzione di strumenti musicali

nei Monasteri.

SAN CARLO BORROMEO

San Carlo Borromeo (Arona 1538- Milano 1584) fu sempre ritenuto il maggior interprete dei canoni tridentini. Il Concilio di Trento, a cui egli aveva partecipato, aveva emanato nel 1562 un canone che costituì la regola generale per il canto e la musica sacra nella Chiesa: "non mescolarvi niente di lascivo o impuro, né azioni mondane o discorsi profani, affinché la Casa di Dio sia vera casa di preghiera". E tra le leggi particolari emanate l'anno successivo si stabiliva che: 1) tutti i Capitolari siano obbligati a compiere i divini uffici personalmente e non per sostituti, e a stare in coro a lodare devotamente, distintamente il nome di Dio, con inni e cantici; 2) i Chierici impareranno il canto; 3) i divini offici siano

celebrati dalle monache ad alta voce e non da gente mercenaria invitata;

nella Messa rispondano quando il coro è solito rispondere, senza usurpare le funzioni del diacono; si astengano dal modulare e dall'inflettere la voce, come da qualsiasi altro artificio proprio del canto chiamato figurato ed organico; ma all'Eucaristia si osservi la consuetudine del luogo e non si proibisca il canto figurato.

Il Card. Borromeo fece parte della commissione nominata da Pio IV per la

riforma della musica (1564): in particolare, fu ingiunto severamente che

dalle composizioni risultasse chiara l’ intelligenza e più chiara la

percezione delle parole. In questa occasione, S. Carlo mise a frutto il suo

rapporto con il Palestrina, iniziato quando S. Carlo era arciprete di S.

Maria Maggiore a Roma dove il Palestrina svolgeva la sua attività.

Nominato Arcivescovo di Milano, la sua opera riformatrice è documentata da una copiosa legislazione liturgico-musicale, sparsa negli atti dei Concili

provinciali e dei Sinodi, e in altri documenti di attività pastorale. Nella

riforma, egli ebbe sempre presente la legislazione romana, ma accanto vi

collocò la tradizione milanese come importantissimo elemento costitutivo

del rito ambrosiano uscito salvo dal Concilio di Trento. Questi i punti

principali:

A) In generale, va allontanato dalla Chiesa ogni genere di musica e di canto contrario alla santità del luogo e di ciò che lì si svolge. Viene

ordinato che si cantino tutte le parti tradizionali liturgiche, sia della

Messa, sia dell'Ufficio; non è esplicitamente comandato il canto fermo

(allora in uno stato pietoso di decadenza), si ammette che ogni parte possa essere eseguita nella musica nuova. Inoltre vi è la preoccupazione massima che il testo sia chiaro, distinto, consono al momento liturgico (quando questo già non lo determina).

B) Regole per i Canonici. A chi già occupava i canonicati raccomandò di portare una maggior nota di spiritualità nel proprio ufficio, mentre stabilì una legislazione precisa per quelli che avrebbero occupato i posti vacanti. I candidati devono essere esaminati da due capitolari (o quattro se non canonici), i quali, dopo aver giurato di non lasciarsi corrompere, indicano i pezzi scritti da cantare, assistono all'esecuzione e danno ciascuno un voto (segreto, poi reso pubblico nella media). La severità dell'esame dev'essere proporzionata all'importanza della Chiesa. Chi fosse completamente incapace per natura è meglio non si presenti. Chi fosse soltanto ignorante, gli si lasci il tempo di studiare e se poi all'esame

apparisse timoroso abbia otto giorni di tempo per ripetere l'esame o per

rinunciarvi prima della risposta definitiva. La competenza deve poi essere

proporzionata all'uso di cui dovrà dare prova, ed essere corredata da "voce e siffatti vantaggi di natura". Pertanto a coloro che dovranno sostenere il peso di tutta l'Ufficiatura non potrà bastare "mediocre perizia e cognizione dell'arte"; dal maestro del coro è assolutamente richiesta

"perfetta arte e perizia".

C) Nei Seminari, tutti ogni giorno frequentino la lezione di canto fermo, tenuta dopo pranzo per due ore da Pasqua a settembre, un'ora e mezza negli altri mesi; per non perdere tempo, i migliori abbiano il compito di insegnare i primi elementi a chi inizia. Coloro poi che dal Rettore, su designazione del Maestro di musica, fossero giudicati atti, siano avviati allo studio della musica figurata. Tutti quelli che dovranno ricevere gli Ordini, saranno "esaminati e sperimentati nel canto fermo, rispetto alle funzioni ecclesiastiche che avranno a esercitare". Maestro di canto fermo nel Seminario era il Maestro di coro della Metropolitana: tra i nomi noti di quel tempo, il Sac. Perego, primo autore di una Grammatica di canto fermo ambrosiano.

D) Cantori. La legislazione più copiosa riguardava i cantori (che entravano ufficiosamente a far parte del clero e soprattutto sostituivano i chierici nel servire all'altare). Una regola generale impone a tutti i maestri di musica la professione di fede prima di esercitare il proprio ufficio. Anche

l'organista deve attenersi alle regole stabilite per i cantori.

I cantori sono divisi in due categorie, a seconda che percepiscano o no del

denaro. I primi dovranno esercitare il loro ufficio rivestiti con la veste

talare e la cotta. Per tutti vale la regola che devono ottenere

l'approvazione, quanto a vita e costumi, del Vescovo, dietro regolare

domanda da rinnovarsi ogni anno. Più volte è augurato che i cantori siano

elementi del clero, tuttavia i religiosi non esercitino tale ufficio senza

il permesso del superiore. Per i parroci invece il divieto è assoluto; essi

tengano il registro con i nomi dei cantori; non offrano pranzi nelle feste

per i cantori (potrebbero degenerare), piuttosto diano loro una mercede.

Appare evidente che non viene considerata la possibilità che le donne

esercitino questo ufficio.

E) Monasteri femminili. Le monache potranno cantare musica figurata solo nella cappella del monastero, mai nella chiesa pubblica. Ma nessuno, né uomo né donna può entrare in monastero per insegnare canto figurato. In un primo tempo, S. Carlo ammise che un maestro d'organo potesse dare lezioni a una suora organista nella cappella interna (attraverso la grata e presenti altre due suore), ma in seguito stabilì che solo una suora poteva essere maestra ad altra suora.

F) Maestro di canto. Si raccomanda che nelle Chiese esista un beneficio a tale scopo, e a cui si arrivi per concorso, non solo per opzione. E il maestro dia lezione "una volta in giorni separati ai chierici, ai bambini

poveri, ai laici adolescenti".

G) S. Carlo ordinò la revisione dei libri di canto non appena (e solo

quando) vide pubblicato l'unico libro liturgico ambrosiano revisionato che

poté portare a buon fine, il Breviario, affinché le melodie vi si

adeguassero.

H) Strumenti. "Soltanto l'organo abbia posto nella chiesa", qualunque altro strumento è proibito, anche nelle processioni fuori dalla chiesa. Nei monasteri è permesso il clavicembalo, al posto dell'organo. Sotto alle tribune degli organi non vi possono essere altari. All'organista è permesso intercalare inni, salmi e cantici quando però contemporaneamente tutti quei versetti o strofe sono "distintamente" recitati in coro. Alla Domenica e nei giorni festivi l'organo accolga il Vescovo quando giunge alla porta della basilica e finché ha raggiunto la cattedra episcopale, "con modulazione maestosa e grave".

I) S. Carlo curò in modo particolare e di persona che musica e canto

fossero ben a posto in Duomo. Tra l'altro, provvide di libri, a sue spese,

il coro della metropolitana; si occupò personalmente della nomina del

maestro di cappella e dell'organista (che inizialmente voleva fossero

sacerdoti); vigilò che le nuove composizioni fossero secondo le regole;

applicò rigidamente ai cantori le regole emanate. E scrisse ad amici che

era stato obbedito e ne aveva prova ogni domenica in Duomo.

Fonte: Enrico Cattaneo, Il canto ambrosiano, Milano ...

Contributo di

Giovanni Vianini

Schola Mediolanensis

2002

 

     Pagine e pagine sono state scritte sul canto ambrosiano e gregoriano, sulle melodie che toccano l’animo umano, mentre, socchiudendo gli occhi, le note scendono fluidamente dentro di noi fino a commuoverci.

     E’ difficile poter esprimere con le parole quello che si prova partecipando a una Messa Cantata in ambrosiano o  ascoltando un concerto.

Abbazie, chiostri, lunghe navate, cori lignei intarsiati di rara bellezza sino testimoni di profonde emozioni suscitate dalle note che salgono e scendono con  semplicità e naturalezza.

Canto Ambrosiano e Canto Gregoriano

Ma, di preciso, che cos’è il canto ambrosiano? E il rito ambrosiano?

Esso deriva da canti orientali (si suppone di origine greca ed ebraica)

Rappresenta un momento nell’evoluzione del canto latino.

E’ una delle tante forme che si svilupparono nei diversi centri liturgici e quindi l’evoluzione musicale della Lombardia.

Sono solo intuizioni. Ma una cosa è certa: tutti suppongono un confronto tra il canto ambrosiano e il gregoriano.

Molti hanno esposto il loro pensiero riguardante tale argomento. Ad esempio Oddone e Guido d’Arezzo notano nel canto ambrosiano una maggiore “dolcezza” rispetto al gregoriano; Giovanni de Muris invece vi ritrova “prolissità”. Tra gli storici e i musicologi moderni che hanno esposto il loro pensiero circa i rapporti tra i due canti ricordiamo Rieman che “non vi vede particolari differenze”; Kienle afferma che “esiste una differenza tra i due canti, ma non è così notevole”; Gatard si esprime così: “Le melodie ambrosiane assomigliano ad una foresta vergine la cui lussureggiante vegetazione  trae la potente fecondità da un sole ancora nuovo, mentre il canto gregoriano porta l’impronta di una cultura più avanzata e del genio che durante molti secoli governa il mondo”; Bas sostiene che “è impossibile determinare se il gregoriano derivi dall’ambrosiano o se tutti e due attingano a una fonte comune: ad ogni modo pare certo che S. Gregorio abbia utilizzato cose preesistenti, introducendovi dei ritocchi”.

     Se da un punto di vista ritmico i due canti sono uguali, sono “affini o differenti” per diversi motivi:

     Il monaco solesmense Dom Cagin, nel 1905, afferma che “le melodie ambrosiane, come noi le conosciamo, sono fedeli alle loro origini, sono anteriori a S. Gregorio, gli hanno fornito i suoi temi, non sono piuttosto delle variazioni dell’opera di questo papa”.

     Dom Morin invece ”crede invece di poter affermare che per la metà del ciclo compreso tra L’Avvento e la Pasqua, la maggior parte dei pezzi d’origine antica e in modo principale i Graduali, sono identici nei due riti per il testo come per il fondo melodico”.

     Don Guerrino Amelli “dedusse che l’opera di San Gregorio non fu principalmente inventiva di nuove melodie, ma perfezionativa di quelle preesistenti, oggi conservate a Milano”.

      Quanto all’andamento della frase melodica l’ambrosiana è più ricca e abbondante di note e i suoi melismi arieggiano in molte parti certi giubili orientali, armeni e greci; vi si rimarca una grande somiglianza  nella successione dei gruppi, ma essa manca alquanto di proporzione.

      Nel canto ambrosiano troviamo lunghi vocalizzi sopra le parole più importanti del testo.

San Gregorio li ha conservati in alcuni dei suoi versetti, ma in generale si preoccupa più della proporzione della frase musicale, della corrispondenza armoniosa dei suoi differenti membri, del legame naturale delle sillabe le une con le altre. Negli inni e nelle antifone, che nel canto ambrosiano sono semplici e quasi sillabiche, San Gregorio diede maggior sviluppo alle frasi melodiche, allo scopo soprattutto di emanciparli dalla metrica.

      Infine si nota  il lavoro di San Gregorio nelle cadenze sue proprie caratteristiche, che certo sono più ricche, più armoniose e più perfette delle ambrosiane, belle ancor esse, ma forse troppo semplici e modeste”.

     Dom Pothier afferma che “le modulazioni nell’ambrosiano se non sono assolutamente le stesse che nel gregoriano, almeno procedono con gli stessi intervalli, hanno il medesimo progresso e i medesimi andamenti così da poter concludere che differenza fondamentale ed essenziale fra i due canti non esiste”.

     Dom Sunol, studioso di canto ambrosiano e gregoriano afferma:”Il canto ambrosiano è, in certa maniera, più universale del gregoriano, in quanto può rappresentare un fondo melodico comune a tutto l’occidente prima della riforma di San Gregorio. La caratteristica del canto gregoriano è l’unità, se non di mano, certo di indirizzo. Esso è omogeneo, ben sistematizzato, sempre sobriamente equilibrato.

     Il canto ambrosiano ha però il vantaggio di una più grande originalità. Rappresenta una semplicità più profonda, una spontaneità meravigliosa nel trattamento del testo e nella combinazione degli intervalli.

      Nell’ambrosiano ci sono contrasti tra la formula semplice, puramente sillabica e lo stile più ornato del testo, tra il susseguirsi di parecchi e ripetuti intervalli contigui, quasi troppo insistenti o monotoni e di salti arditi e inattesi; ci sono colpi geniali, drammatici e quasi diremmo santamente appassionati, in mezzo a sviluppi melodici più tranquilli.                                     

     Gli studiosi attuali non chiariscono ancora se esiste una dipendenza del gregoriano dall’ambrosiano se non quando “si penetrò nella melodia con lo studio della modalità”.

     “Si è molto parlato di una presenza del canto ambrosiano fuori della regione lombarda”. Infatti nel secolo VIII Petronace, proveniente da Brescia, aveva portato il canto ambrosiano nel monastero di Montecassino per rinnovarne la vita monastica”.

     Anche a Benevento si nota la presenza dell’ambrosiano, anche se alcuni studiosi la negano. Libri ambrosiani si trovano a Ratisbona  nel secolo XII richiesti al Monastero di Sant’Ambrogio “probabilmente solo per studio”.

      A Praga , nel monastero di Sant’Ambrogio, fondato da Carlo IV, era stato accordato il permesso della celebrazione della Messa e dell’Ufficio in ambrosiano.“Così pure la liturgia ambrosiana restò unita alla romana sino al 1854 ad Ausbourg, essendo, un tempo, questa città appartenente alla metropoli milanese: lo stesso fatto adunque che spiega la presenza del rito ambrosiano in alcune parrocchie della Svizzera e delle diocesi di Bergamo e Novara”.

     Dreves nota la presenza delle melodie ambrosiane in alcuni paesi protestanti.

Giovanni Vianini – Schola Mediolanensis

anno 2002

Contributo di  Italia De Camillis

 

La Messa ambrosiana

 

La celebrazione dell’Eucaristia, vista come memoriale e come atto di fedeltà e di obbedienza al mandato di Gesù Cristo nostro Signore nell’Ultima Cena, costituisce il centro di tutta la vita cristiana.

Nell’epoca apostolica il rito della “Frazione del Pane”, accanto all’insegnamento della Parola, alla comunione fraterna e alle preghiere (At.2,82) compare come l’elemento distintivo della comunità cristiana.

Secondo i documenti risalenti all’epoca delle persecuzioni, sembra sia già presente la duplice partizione in Liturgia della Parola e Liturgia Eucaristica di un rito che verrà poi comunemente chiamato “Messa”. Il quale resterà invariato presso ogni Chiesa e in ogni tempo pur con le inevitabili differenziazioni locali che però non riguarderanno mai la sostanza della celebrazione.

Da analisi storico-letterarie delle opere di S.Ambrogio, si può comprendere come a Milano, nella seconda metà del secolo IV, la Messa venisse celebrata: la Liturgia della Parola prevedeva tre letture cui seguiva l’omelia del Vescovo e il congedo dei catecumeni, ai quali non era consentito di partecipare alla liturgia eucaristica vera e propria.

In riferimento allo stile di celebrazione, anche a Milano come altrove per secoli fu il capitolo della cattedrale a tenere vivo il modello ufficiale di Liturgia Eucaristica e proprio per la sua funzione paradigmatica anche tutte le altre chiese della diocesi si uniformarono.

La revisione della struttura della Messa così come oggi la celebra la Chiesa Ambrosiana è stata graduale, ma ha conservato tutti i dati tradizionali propri del rito, tenendo conto delle nuove esigenze di carattere pastorale, come la partecipazione attiva da parte dei fedeli.

Pur seguendo il rito romano, tuttavia la celebrazione della Messa Ambrosiana è costellata da alcune differenze.

Nel rito introduttivo essa privilegia, come atto penitenziale, la triplice acclamazione a Cristo con il “Kyrie eléison” non usa mai l’invocazione “Christe eléison” introdotta invece da Papa Gregorio Magno nel rito romano.

Altra caratteristica è la benedizione del celebrante, data con un’apposita formula, non solo diacono che deve proclamare il Vangelo, ma anche ai lettori della prime due Letture.

Con questo rito, che risalirebbe addirittura a S.Ambrogio, si vuole mettere in evidenza come il celebrante sia il custode e l’interprete autorevole della Parola proclamata durante la Liturgia.

Bisogna inoltre notare che nel rito romano, sempre ad opera di Gregorio Magno, si ebbe un accorciamento a due sole letture, con la soppressione di quella dell’Antico Testamento: con la riforma del Concilio Vaticano II, anche l’ordo romano, è tornato ad adeguarsi alla tradizione più antica, dalla quale la messa ambrosiana non si era mai discostata.

Mentre il rito ambrosiano prevede dopo il Vangelo la lettura di un’antifona, l’ordo missae romano professa il Credo come risposta di assenso alla Parola di Dio appena programmata.

Un’altra caratteristica rilevante è che il rito ambrosiano, prima della presentazione delle offerte, prevede lo scambio della pace.

Questa sua collocazione allude al passo evangelico Mt.5,23-24 sull’obbligo della riconciliazione fraterna prima di presentarsi all’altare a compiere l’offerta.

Significativa è anche la collocazione della professione di fede (Credo) precisamente dopo la presentazione delle offerete. Ciò è da ricercare nella differente interpretazione che viene proposta: non già come risposta di assenso alla Parola di Dio proclamata (Liturgia romana), ma come condizione necessaria per la celebrazione eucaristica.

Si esprime cioè l’esigenza di una comunione ecclesiale che troverà nell’eucarestia la sua realizzazione perfetta.

Concludendo questa rapida presentazione dell’attuale ordo missae ambrosiano si può infine notare il triplice Kyrie che precede la benedizione finale del celebrante e che, quasi un completamento dell’atto penitenziale iniziale, ricorda che anche al termine della celebrazione il fedele deve disporsi a ricevere il dono della divina misericordia per procedere nella vita cristiana, trovandone l’unica fonte nel mistero eucaristico.

M.R.M

 

 

 

 

 

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neo-gregoriano in stile semi-ornato

communio composto da Giovanni Vianini

anno 2003

versione notazione rotonda

Adoro te Devote

 

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