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- Lezione Concerto per bambini (Articolo Avvenire) - Lezione Concerto per bambini (Articolo) - Articolo Avvenire Corso Canto Gregoriano - Il Papa e Il Canto Gregoriano - Articolo Concerto Chiaravalle 18/12/2004 - Poesia "La Bellezza" di Roberta Arinci - Articolo di S.Magister da "Vita e Pensiero" - Ringraziamento Don Giuseppe Bressanelli - Canto gregoriano nel terzo millennio - Il canto ambrosiano scelto per la meditazione quaresimale - Il canto ambrosiano barriera all'eresia ariana - Ricchezza spirituale ed artistica del Canto Ambrosiano - La legislazione Liturgico-musicale a Milano - Canto Ambrosiano e Canto Gregoriano - La prima pagina
della gloriosa storia La
prima pagina
della gloriosa
storia Parla il grande Agostino “ In quei primi giorni ( dopo il battesimo ) io non mi poteva saziare della dolcezza mirabile ond’era pieno, e non rifiniva di considerare l’altezza dei Tuoi consigli nel salvare gli uomini, Signore Dio mio.
Usavasi il canto nella Chiesa di
Milano da non lungo tempo; ed era cosa di gran consolazione e conforto il
cantare fervorosissimo di quei fedeli ben accordati di voce e di cuore. Era da
un anno poco più, da quando vale a dire Giustina, madre del giovinetto
Imperatore Valentiniano, influenzata dagli Ariani e per cagione della loro
eresia, perseguitava il Tuo Sacerdote Ambrogio. Ma il divoto popolo raccoltosi
nella Chiesa, vegliava pronto a morire col suo Vescovo, fedel Tuo servo. Ivi mia
Madre, Tua ancella, sempre la prima nelle sollecitudini e nelle vigilie, viveva
nella preghiera. Io pure, benchè fossi ancor privo della Tua grazia e del fuoco
del divino Spirito, era commosso dalla costernazione e dal turbamento della città.
Ora, come la cosa andava in lungo, affinchè il popolo per noia e tristezza non
intisichisse, si introdusse l’uso di cantare gli inni e i salmi giusta il
costume delle chiese orientali. D’allora in poi questa usanza fu conservata, e
passò gia a molte e a quasi tutte le chiese che ne seguirono l’esempio. “ (
Confessioni – Libro IX, c. VI e VII )
Coltivate la bellezza nelle vostre vite, cercatela in quello che fate: vivrà in voi ! La bellezza è la voce di Dio, è espressione della Sua purezza e della Sua energia. Risiede già in voi ma è nascosta sotto una coltre di dubbi, paure (specialmente!) ansie e preoccupazioni e pensieri e distrazioni. Apritevi e lasciatela respirare. Chiede solo un po’ di aria. La bellezza è il respiro di Dio, il soffio del Suo Spirito. Dio si riposa in ciò che è bello. Offritegli questo ristoro ! Pensate : essere la consolazione di Dio !
Roberta Arinci 03/06/2003 RINGRAZIAMENTO DON GIUSEPPE BRESSANELLI La ringrazio vivamente di avermi inviato le fotografie del Concerto "Umile et alta più che creatura" tenuto presso la Parrocchia dell'Immacolata lo scorso 11 maggio e più ancora per le grandi suggestioni suscitate in tutti i presenti per il prezioso ambiente di preghiera ivi creatosi con i canti gregoriani in onore di Maria SS. eseguiti da codesta benemerita "Schola". Si tratta di un autentico apostolato liturgico! La ringrazio anche per la preziosa testimonianza liturgica chi mi è stata offerta ieri sera ( 3 giugno) presso la parrocchia dei SS. Giovanni e Pio dove ho avuto la possibilità di presiedere la celebrazione Eucaristica in onore del Beato Giovanni XXIII. Penso, come da colloqui già instaurati, mi venga offerta la possibilità di stabilire ulteriori contatti. Saluti! don Giuseppe Bressanelli IL CANTO AMBROSIANO SCELTO PER LA
MEDITAZIONE QUARESIMALE
IL CANTO AMBROSIANO BARRIERA All' ERESIA
ARIANA
ANNIVERSARIO Compie vent'anni la "Schola Gregoriana Mediolanensis" <Un canto sempre vivo> " DIO ESISTE, È QUI, MI AMA E MI CHIAMA ".
Visita
della Schola Gregoriana Mediolanensis alle Monache Romite Ambrosiane del sacro
Monte di Varese. E’ fresca l’aria alle 7 del mattino di sabato 28
settembre, qui, in cima al Sacro Monte di Varese, mentre i nostri sguardi si
perdono – emozionati, a contemplare lo spettacolo naturale che ci circonda. E’ fresca – molto fresca l’aria, mentre varchiamo –
timidi, la soglia del monastero delle monache romite ambrosiane che lì
abitano da cento e cento anni. Subito, ad accoglierci, non c’è nessuno, ma, richiuso
dietro di noi il portone e salita una scala, ci attende sorridente e premurosa
una monaca che, solerte, ha già occupato le nostre mani con spartiti e
messali. Con questi strumenti parteciperemo, di lì a poco, alla Messa delle
8. Noi, insieme ad un piccolo gruppo , silenzioso e fedele, di altre persone.
Anch’esse, come noi, venute da fuori. Da oltre quella soglia. Intanto, da
una porta chiusa viene il suono delle Lodi. Sono loro che cantano. Loro,
che fra qualche minuto potremo vedere tutte, anche solo per il tempo breve
della celebrazione di una Messa. E intanto noi stiamo lì, oltre la porta, ad ascoltare la
loro preghiera, attenti, silenziosi, ma trepidanti. Il maestro Vianini mi
dice, sottovoce: “Solfeggiano un po’, ma è bello ascoltarle”. Annuisco.
E torniamo in silenzio. Ad ascoltare le loro soavi lodi al Signore in
ambrosiano. Poi silenzio. Quella porta si apre. La monaca sorridente ci invita
ad entrare. Entriamo. Prendiamo posto. Facciamo un po’ di rumore nel
sistemarci. Loro lì, silenziose e serene, ad aspettarci. Sentiamo, vediamo i
loro sguardi comprensivi. E un po’ curiosi. Siamo impacciati. Abbiamo
bisogno di un po’ di tempo per capire dove siamo entrati. Siamo in una
piccola chiesa che ha il soffitto affrescato in epoca barocca, ma ha
conservato le arcate romaniche, e ha le pareti, l’altare e la grata (oh,
quella grata!) moderni, attuali. Noi della Schola ci siamo accomodati in una
panca vicina ad una porta-finestra che – attraverso una discreta tenda –
affaccia sulla vallata e sul mattino sfavillante di bellezza. Loro sono
davanti a noi, oltre la grata moderna, e ci guardano. Noi le guardiamo e già
siamo avvolti dalla loro soavità. Inizia la celebrazione della Messa. Loro cantano. E noi
cerchiamo di seguire e partecipare ai loro canti. Ma qualcosa ci frena. Ci
concentriamo sugli spartiti un po’ difficili da leggere perché in caratteri
piccoli – fotocopie ridotte e poco chiare, ma sono scritte in notazione
quadrata. Noi la conosciamo, sappiamo leggerla. Potremmo cantare con loro.
Eppure non ci riesce facile. Vogliamo ascoltare loro. Il loro suono. La loro
freschezza. La loro purezza. Vogliamo comprendere dal loro suono come ci
stanno chiamando a partecipare alla loro ricerca del volto di Dio. Ancora
abbiamo bisogno di un po’ di tempo. Loro cantano. Ci stanno ancora invitando
a condividere la preghiera. E’ il momento del Sanctus. Verso la fine
riusciamo a cantare un po’ con loro. Ma ci pare comunque di disturbare, di
non essere all’altezza di quel momento. Il loro suono è dolce, leggero,
pulito. Sereno. Ci riempie di bellezza (ma loro lo sanno?). E il nostro
sguardo vaga dalle loro figure oltre la grata, alla porta-finestra aperta
sulla luce del giorno che avanza. Il loro canto va verso la luce di questo
mattino che sembra eterno. Siamo attoniti. Dolcemente stupefatti. E stiamo
pregando. Anche noi. Con loro. Termina la Messa. Loro, in fila, salutano il Signore e
tornano (dove?) alle loro occupazioni. Sguardi nostri si incrociano con i
loro, sorrisi reciproci leggeri – attraverso la grata in stile moderno, che
sembrano provenire da un’amicizia che ha una storia; sorrisi e sguardi
dolci, soavi, che ci avvicinano. Effetto forte su di noi. Ci sentiamo accolti.
E i nostri sorrisi e sguardi timidi, quale effetto avranno su di loro? Non lo
sapremo mai (o forse lo sapremo fra poco, in qualche modo). Ma sono loro
che ci danno messaggi di dolcezza. E noi, noi con il peso della nostra
presenza cosa avremo dato loro, adesso? Qualcosa?. Forse. Il dubbio ci
sovrasta. Ci sentiamo inadeguati. Anche l’ultima monaca ha salutato il Signore. Scompare. Siamo invitati cortesemente ad uscire. Il piccolo gruppo
della Schola Gregoriana Mediolanensis con il suo maestro Giovanni Vianini,
attende. Arriva una telefonata. Ora possiamo entrare in una stanza con tanti
scaffali pieni di libri, e un computer. C’è uno spazio un po’ angusto per
noi, e un’altra grata ci divide ancora da loro. Ci stanno davanti la madre e
due giovani monache che si occupano di canto e lavoro al computer. Perché noi siamo lì? Perché un giorno, la madre ha
chiesto al maestro Vianini di installare nei loro PC il font “Meinrad” per
scrivere la musica ambrosiana e gregoriana in notazione quadrata. Lei conosce
il suo ventennale lavoro e la sua dedizione nella diffusione del canto
ambrosiano e gregoriano. Chiede a lui un aiuto e uno scambio di idee e
di esperienze. La loro è l’unica comunità religiosa che pratica ancora
in liturgia il canto ambrosiano, tradizione che si stava quasi del tutto
perdendo anche al loro interno, ma che hanno ripreso – vent’anni fa, con
grande zelo, dopo una visita-lezione di una settimana, al loro monastero, del
prof. Baroffio. Attraverso la grata parliamo un po’. Il maestro Vianini
presenta il suo lavoro. Ci descrivono le loro esigenze: vorrebbero rendere più
chiari i libretti dei canti in ambrosiano che usano e distribuiscono in
liturgia. Spieghiamo cosa potranno fare grazie al “Meinrad”. Attraverso
una porta che ci aprono, superiamo anche la grata e ormai siamo accolti nel
loro spazio. Ci accomodiamo davanti al computer. I loro volti soavi tradiscono
curiosità. Riempiamo il tavolo di fogli, CD, floppy…e fogli di musica. Loro
portano libri e fotocopie. Noi parliamo, spieghiamo, facciamo esempi pratici.
Loro ascoltano, domandano chiarimenti, comprendono. Ringraziano. “Come
possiamo scrivere questo porrectus?…qui è meglio usare un quilisma?….”.
Sono felicemente allegre. Trascorrono così le ore del mattino in un vortice gioioso
di proposte e soluzioni, in un clima di fattiva curiosità. Mi accorgo che il
ritmo delle nostre parole, dei gesti, dei movimenti corporei si sta
modificando. Rallenta. Si placa. Si adegua al loro, che pure non è affatto
lento (tutt’altro: sono molto operose). E’ piuttosto un ritmo sereno. Tale
diviene anche il nostro. Allo stesso modo mi accorgo che stiamo imparando a
comunicare con gli occhi. Ora i loro sguardi, così vicini, accompagnano
le loro domande con un’intensità inattesa per noi. E, dapprima intimoriti,
pian piano anche noi ci ritroviamo a fare altrettanto. Ad un certo punto qualcuno propone di cantare insieme. Ci
alziamo in piedi e ci disponiamo in cerchio. Il maestro Vianini dà
l’intonazione, e l’attacco. Cantiamo il responsorio “Media vita”.
Senza cercare altro se non condivisione. Comunione. Ci riusciamo. Scaturisce
un gradevole suono. E poi ancora ci incalzano le loro domande, questa volta
sull’interpretazione dei canti. “Come gestire i respiri? Come fare melodie
nuove su testi ancora non musicati? Centonizzarli?…” Concludiamo le nostre operazioni al PC. E’ mezzogiorno. Ci invitano a trattenerci per il pranzo. E a partecipare con
loro al canto dell’ ”ora media”. Ci donano un altro fiore della loro
giornata. Torniamo nella loro cappella. La luce, dalla porta-finestra, riempie di nuovi colori lo
spazio. Riprendiamo i nostri posti. Ora cantiamo con loro. Più sicuri, più
sereni. Preghiamo. L’atmosfera soave ci pervade ancora. E termina il canto.
Ancora la processione delle monache scompare – salutando il Crocefisso,
dietro la grata. Noi guardiamo. Sappiamo che il nostro tempo con loro sta per
terminare. Vorremmo fermarlo ancora un po’, almeno con lo sguardo. Anche
l’ultima monaca va via. Usciamo anche noi. Ci accompagnano al refettorio. Per noi c’è una tavola già
preparata per il pranzo. Una monaca spinge un carrello con le vivande. Per
noi. Ci saluta cortesemente e va via. Rimaniamo soli. C’è un immenso,
delizioso silenzio. Parliamo poco. Ascoltiamo il silenzio e il sordo ritmo
delle nostre stoviglie sui piatti. Con nuova attenzione percepiamo il suono e
il volume delle nostre voci. Forse stiamo parlando a voce alta. Abbassiamo il
tono. Taciamo. E gustiamo la vista della terrazza che ci invita ad uscire.
Alcuni vasi colorati di fiori, non tanti, ma belli. La luce della bella
giornata dà volume al paesaggio meraviglioso della vallata. Dobbiamo andare via. Non vorremmo. Ancora qualche attimo in quella dimensione di pace. Di
equilibrio. Cerchiamo l’uscita. Ci raggiunge la monaca sorridente che
ci aveva accolto con gli spartiti la mattina. Ci saluta e ci apre il portone.
Indugiamo sulla soglia. Per un attimo. Il portone si richiude alle nostre
spalle. Siamo di nuovo fuori. E siamo frastornati. Abbiamo lasciato dietro di noi un mondo puro, soave. « O quam suavis est Domine Spiritus Tuus… »
canta una bellissima antifona ambrosiana. Ne avevamo appena avuto un’
esperienza tangibile, bellissima, indimenticabile. Settembre 2002 Anna Maria Cara
RICCHEZZA
SPIRITUALE
e ARTISTICA
del CANTO
AMBROSIANO Chi da una qualsiasi parte del mondo
arrivi a Milano o capiti in Duomo mentre si canta la Messa, o il Vespro - che
è l’ufficiatura al tramonto del giorno-, ascolta, dal coro dei canonici o
della Cappella musicale, arcaici canti a una sola voce che non si eseguono in
nessun’ altra chiesa della cattolicità occidentale salvo, a volte, nella
Basilica di S. Ambrogio. ( n.d.r. e
in altre parrocchie o centri religiosi della Diocesi di Milano) Sono i canti propri della chiesa milanese, che comprende oggi più di
mille parrocchie e circa, cinque milioni di fedeli, e che ha il suo centro -
meglio si direbbe, il suo cuore - in quella chiesa che si considera madre di
tutte le altre, sparse nell’immenso territorio, e perciò si chiama “
Metropolitana” : il Duomo appunto. Se , dunque, la liturgia e il canto della chiesa milanese sono diversi
da quelli della chiesa romana e di tutto l’occidente cristiano, è perchè
essi hanno in realtà conservato la forma antica. Non a torto qualcuno ha
definito, ad esempio, il canto ambrosiano “ il vetusto canto latino, a tinta
orientale, diffuso presso tutte le chiese della penisola, e dopo il secolo
VIII circa rimasto sostanzialmente immutato nei libri milanesi”. LE FONTI: I manoscritti, o “Codici” milanesi
che contengono canti per la liturgia son qualche centinaio, tra essi sono di
particolare importanza: 34 anntifonari invernali ( per le celebrazioni dall’Avvento alla
Pasqua) e 31 estivi ( dalla Pasqua all’Avvento) contenenti le antifone, cioè
i canti per la Messa e i ritornelli da alternare con canto dei salmi nell’officiatura;
12 salteri-innari, per gli inni e i salmi; 9 processionali, che raccolgono i
canti per le processioni di penitenza prescritte dal rito; 7 ufficiature per i
defunti; e una cinquantina di estratti di vario genere. A questi si aggiungono
manoscritti e frammenti vari, e libri della liturgia romana contenenti anche
canti ambrosiani. E’ un folto elenco, ma vi scarseggiano proprio i documenti
più antichi. Tale scarsezza, anzi, obbliga a un “perchè”,cui sono state
date risposte insoddisfacenti: incendi distruttori, insufficienti indagini,
giacenze sconosciute in fondi di biblioteche..... La risposta forse più vicina al vero, sta nell’importanza che per
secoli fu data alla memorizzazione. I canti erano insegnati e trasmessi per
via orale, e, con lungo tirocinio d’anni, venivano appresi con immutata
fedeltà di note e d’interpretazione, per cui non si riteneva necessario
notare molti libri. A Lione, i cantori della cattedrale furono obbligati a
cantare tutto il repertorio a memoria, senza diritto al libro, fino al secolo
XVII. Per quanto riguarda, in particolare, i codici ambrosiani, sono assai
numerosi quelli a scrittura diastematica con notazione romboidale - o
“gotica” - tipica del canto ambrosiano. Altra caratteristica di scrittura
concerne il si bemolle. A volte è
segnato con la lettera b, altre
volte è indicato con una interlinea verde o azzurra - anche bruna o rossa -,
uso forse esclusivo dei nostri manoscritti. Non è raro il caso in cui il
bemolle non è neppure indicato, lasciando alla pratica e alla competenza del
cantore la scelta del suono, o naturale o addolcito. Ma vi erano solennità i cui canti esigevano, oltre che successive
indicazioni - in coro, al battistero, ai gradini dell’altare, sui pulpiti -
un articolato frazionamento del coro. Per il canto dell’Alleluia nella prima
Domenica di Quaresima era uso che quattro pueri intonassero due volte l’Alleluia sul pulpito seguiti due volte dal
coro. Dopo il versetto solistico di un adulto i lectores
intonavano un secondo Alleluia, quello “dei santi” cui i quattro pueri
rispondevano - stavolta ai piedi dell’altare - con la loro particolare
melodia, poi il coro dei “lectores”
intonava un terzo Alleluia, più moderno e ricco di vocalizzi. Altre volte
questo stesso Alleluia era cantato per
lasciar tempo ai pueri di disporsi
in processione per il canto dell’antevangelo. Nei vesperi il “responsorio coi fanciulli” -
responsorium cum infantibus - era ancor più articolato. Al
“corpo” del canto fatto dal coro degli uomini rispondevano i fanciulli.
Poi il cantore intonava il versetto cui seguivano ancora i fanciulli col
ritornello e un primo lungo melisma (melodiae primae). Gli uomini riprendevano
la prima parte del “corpo” e i fanciulli, sulle stesse parole del
precedente ritornello (melodiae secundae) fino alla conclusione. Mille anni circa di attività
e di esperienze hanno contribuito alla fondazione del corpus musicale
ambrosiano.La bellezza e la perfezione di molti suoi canti è indiscutibile. Esso riveste, poi, particolare importanza storica, perchè risale nelle
sue origini fino a quel secolo quarto, che vide - dopo l’editto
costantiniano che stabiliva la libertà del culto cristiano - un fiorire
impetuoso d’iniziative spirituali, liturgiche, artistiche, in un clima di
alta ed estesa cultura anche musicale. Si capisce come la nostra età che, smaliziata da tante esperienze, va
alla ricerca di valori nativi e genuini, guardi con particolare interesse
tutto quanto concerne il canto ambrosiano. Essa vi sorprende, e gusta, il
naturale profumo di una ricchezza
spirituale e artistica fin qui
sconosciuta, e vi scopre una corrispondenza mai rituale o consona col suo
desiderio di sostanza e di sincerità. estratto
da: “IL CANTO AMBROSIANO” Mons.
Luciano Migliavacca - 1986 NED
LA
LEGISLAZIONE LITURGICO-MUSICALE
A MILANO I
PRIMI QUINDICI SECOLI S. Ambrogio (Treviri 340 - Milano 397) viene considerato
il creatore del canto occidentale. È attestata l'introduzione da lui
fatta del canto antifonale, delle vigilie, che comportavano speciali
canti, e degli inni. Buon conoscitore della musica, vuole che il canto sacro
si distingua nettamente da quello profano: dice di "cantare con
gravità e salmeggiare spiritualmente". E si rivolge a tre categorie di
persone che cantano nella chiesa: il clero, le vergini, il popolo. In particolare,
sprona il popolo a cantare: per lui scrive gli inni, con lui vuole cantare
nel salmo antifonato, affinché ne esca un suono "bello e
forte come le onde del mare". Ma è al Clero che rivolge i suoi precetti: "Lo
stesso suono della voce rispecchi la modestia, affinché la voce troppo chiassosa
non offenda l'orecchio di nessuno. Anzi, come metodo, a poco a poco
uno prenda a salmeggiare, a cantare o da ultimo a parlare. La voce
stessa non sia rilasciata, né sguaiata, né che sappia di femmineo; ma
sia tale che conservi una forma e regola e suono virile. Come però io
non approvo il suono della voce e il portamento del corpo troppo molle e
rotto, così neppure quello villano e rozzo. La voce basta che sia
semplice e pura: l'essere poi sonora è della natura non dell'arte; sia
invece distinta nel modo di pronunciare, così che schivi il suono che sa di
rozzo e di villano; e sia tale da non affettare il ritmo teatrale, ma da
conservare il mistico". Per quanto riguarda gli strumenti musicali, che egli
conosce bene, non parla del loro suono nella chiesa, anzi pare non ne
approvasse l'uso: "È vera
sinfonia quando nella chiesa per la concordia non distinta delle diverse età e virtù, come di varie corde, si risponde
il salmo e si canta: Amen". Dopo S. Ambrogio, la tradizione attribuisce ordinamenti
per la musica e il canto a S. Simpliciano, a S. Lorenzo e ad un Vescovo del
sec. VIII. Il riorganizzatore e potenziatore della
schola fu
Ariberto, come riferisce il cronista Landolfo Seniore, che però non ha tramandato i
particolari del suo ordinamento.
Giungiamo al sec. XII, del quale abbiamo due documenti.
Il primo è del cronista Landolfo Juniore intorno all'attività
dell'Arcivescovo Giordano da Clivio e attesta l'uso, prima dignitoso poi sconveniente,
di strumenti musicali nella cattedrale di Milano. Il secondo è il
Cerimoniale di Beroldo, che contiene molte regole per la schola, in
particolare sul modo di cantare una lezione (tono feriale, tono festivo, tono
solenne, tono estivo e tono invernale) e sui vari toni della voce (voce
delicata o intima, voce grave, voce elevata, voce sublime). Il Concilio Provinciale del 1311 è il primo documento
ufficiale milanese contenente canoni di materia musico-liturgica. Comanda a
tutte le Chiese di cantare nuovamente la Messa ogni giorno, come pure la Divina
Ufficiatura, con parole che riflettono l'estrema decadenza e l'ignoranza
assoluta del canto sacro in quell'epoca. Nel 1550 l'Arcivescovo Giovanni Angelo Arcimboldi iniziò
l'opera di restaurazione condotta poi da S. Carlo Borromeo: in
particolare, revisionò libri liturgici e di canto e condannò l'introduzione di
strumenti musicali nei Monasteri. SAN CARLO BORROMEO San Carlo Borromeo (Arona 1538- Milano 1584) fu sempre
ritenuto il maggior interprete dei canoni tridentini. Il Concilio di Trento, a
cui egli aveva partecipato, aveva emanato nel 1562 un canone che costituì la
regola generale per il canto e la musica sacra nella Chiesa: "non
mescolarvi niente di lascivo o impuro, né azioni mondane o discorsi profani,
affinché la Casa di Dio sia vera casa di preghiera". E tra le leggi
particolari emanate l'anno successivo si stabiliva che: 1) tutti i Capitolari
siano obbligati a compiere i divini uffici personalmente e non per sostituti, e
a stare in coro a lodare devotamente, distintamente il nome di Dio, con inni e
cantici; 2) i Chierici impareranno il canto; 3) i divini offici siano celebrati dalle monache ad alta voce e non da gente
mercenaria invitata; nella Messa rispondano quando il coro è solito
rispondere, senza usurpare le funzioni del diacono; si astengano dal modulare e
dall'inflettere la voce, come da qualsiasi altro artificio proprio del canto
chiamato figurato ed organico; ma all'Eucaristia si osservi la consuetudine del
luogo e non si proibisca il canto figurato. Il Card. Borromeo fece parte della commissione nominata
da Pio IV per la riforma della musica (1564): in particolare, fu ingiunto
severamente che dalle composizioni risultasse chiara l’ intelligenza e
più chiara la percezione delle parole. In questa occasione, S. Carlo
mise a frutto il suo rapporto con il Palestrina, iniziato quando S. Carlo era
arciprete di S. Maria Maggiore a Roma dove il Palestrina svolgeva la sua
attività. Nominato Arcivescovo di Milano, la sua opera riformatrice
è documentata da una copiosa legislazione liturgico-musicale, sparsa negli atti
dei Concili provinciali e dei Sinodi, e in altri documenti di attività
pastorale. Nella riforma, egli ebbe sempre presente la legislazione
romana, ma accanto vi collocò la tradizione milanese come importantissimo
elemento costitutivo del rito ambrosiano uscito salvo dal Concilio di Trento.
Questi i punti principali: A) In generale, va allontanato
dalla Chiesa ogni genere di musica e di canto contrario alla santità del luogo
e di ciò che lì si svolge. Viene ordinato che si cantino tutte le parti tradizionali
liturgiche, sia della Messa, sia dell'Ufficio; non è esplicitamente comandato
il canto fermo (allora in uno stato pietoso di decadenza), si ammette
che ogni parte possa essere eseguita nella musica nuova. Inoltre vi è la
preoccupazione massima che il testo sia chiaro, distinto, consono al momento
liturgico (quando questo già non lo determina). B) Regole per i Canonici. A chi
già occupava i canonicati raccomandò di portare una maggior nota di
spiritualità nel proprio ufficio, mentre stabilì una legislazione precisa per
quelli che avrebbero occupato i posti vacanti. I candidati devono essere
esaminati da due capitolari (o quattro se non canonici), i quali, dopo aver
giurato di non lasciarsi corrompere, indicano i pezzi scritti da cantare,
assistono all'esecuzione e danno ciascuno un voto (segreto, poi reso pubblico
nella media). La severità dell'esame dev'essere proporzionata all'importanza
della Chiesa. Chi fosse completamente incapace per natura è meglio non si
presenti. Chi fosse soltanto ignorante, gli si lasci il tempo di studiare e se
poi all'esame apparisse timoroso abbia otto giorni di tempo per
ripetere l'esame o per rinunciarvi prima della risposta definitiva. La
competenza deve poi essere proporzionata all'uso di cui dovrà dare prova, ed essere
corredata da "voce e siffatti vantaggi di natura". Pertanto a coloro
che dovranno sostenere il peso di tutta l'Ufficiatura non potrà bastare
"mediocre perizia e cognizione dell'arte"; dal maestro del coro è
assolutamente richiesta "perfetta arte e perizia". C) Nei Seminari, tutti ogni giorno frequentino la lezione
di canto fermo, tenuta dopo pranzo per due ore da Pasqua a settembre, un'ora e
mezza negli altri mesi; per non perdere tempo, i migliori abbiano il compito di
insegnare i primi elementi a chi inizia. Coloro poi che dal Rettore, su
designazione del Maestro di musica, fossero giudicati atti, siano avviati allo
studio della musica figurata. Tutti quelli che dovranno ricevere gli Ordini,
saranno "esaminati e sperimentati nel canto fermo, rispetto alle funzioni
ecclesiastiche che avranno a esercitare". Maestro di canto fermo nel
Seminario era il Maestro di coro della Metropolitana: tra i nomi noti di quel
tempo, il Sac. Perego, primo autore di una Grammatica di canto fermo ambrosiano. D) Cantori. La legislazione più
copiosa riguardava i cantori (che entravano ufficiosamente a far parte del clero
e soprattutto sostituivano i chierici nel servire all'altare). Una regola
generale impone a tutti i maestri di musica la professione di fede prima di
esercitare il proprio ufficio. Anche l'organista deve attenersi alle regole stabilite per i
cantori. I cantori sono divisi in due categorie, a seconda che
percepiscano o no del denaro. I primi dovranno esercitare il loro ufficio
rivestiti con la veste talare e la cotta. Per tutti vale la regola che devono
ottenere l'approvazione, quanto a vita e costumi, del Vescovo,
dietro regolare domanda da rinnovarsi ogni anno. Più volte è augurato
che i cantori siano elementi del clero, tuttavia i religiosi non esercitino
tale ufficio senza il permesso del superiore. Per i parroci invece il
divieto è assoluto; essi tengano il registro con i nomi dei cantori; non offrano
pranzi nelle feste per i cantori (potrebbero degenerare), piuttosto diano
loro una mercede. Appare evidente che non viene considerata la possibilità
che le donne esercitino questo ufficio. E) Monasteri femminili. Le
monache potranno cantare musica figurata solo nella cappella del monastero, mai
nella chiesa pubblica. Ma nessuno, né uomo né donna può entrare in monastero
per insegnare canto figurato. In un primo tempo, S. Carlo ammise che un maestro
d'organo potesse dare lezioni a una suora organista nella cappella interna
(attraverso la grata e presenti altre due suore), ma in seguito stabilì che
solo una suora poteva essere maestra ad altra suora. F) Maestro di canto. Si
raccomanda che nelle Chiese esista un beneficio a tale scopo, e a cui si arrivi
per concorso, non solo per opzione. E il maestro dia lezione "una volta in
giorni separati ai chierici, ai bambini poveri, ai laici adolescenti". G) S. Carlo ordinò la revisione
dei libri di canto non appena (e solo quando) vide pubblicato l'unico libro liturgico
ambrosiano revisionato che poté portare a buon fine, il Breviario, affinché le
melodie vi si adeguassero. H) Strumenti. "Soltanto
l'organo abbia posto nella chiesa", qualunque altro strumento è proibito,
anche nelle processioni fuori dalla chiesa. Nei monasteri è permesso il
clavicembalo, al posto dell'organo. Sotto alle tribune degli organi non vi
possono essere altari. All'organista è permesso intercalare inni, salmi e
cantici quando però contemporaneamente tutti quei versetti o strofe sono
"distintamente" recitati in coro. Alla Domenica e nei giorni festivi
l'organo accolga il Vescovo quando giunge alla porta della basilica e finché ha
raggiunto la cattedra episcopale, "con modulazione maestosa e grave". I) S. Carlo curò in modo
particolare e di persona che musica e canto fossero ben a posto in Duomo. Tra l'altro, provvide di
libri, a sue spese, il coro della metropolitana; si occupò personalmente
della nomina del maestro di cappella e dell'organista (che inizialmente
voleva fossero sacerdoti); vigilò che le nuove composizioni fossero
secondo le regole; applicò rigidamente ai cantori le regole emanate. E
scrisse ad amici che era stato obbedito e ne aveva prova ogni domenica in
Duomo. Fonte: Enrico Cattaneo, Il canto
ambrosiano, Milano ... Contributo di Giovanni Vianini Schola Mediolanensis 2002
Pagine e pagine sono state scritte sul canto ambrosiano e gregoriano,
sulle melodie che toccano l’animo umano, mentre, socchiudendo gli occhi, le
note scendono fluidamente dentro di noi fino a commuoverci.
E’ difficile poter esprimere con le parole quello che si prova
partecipando a una Messa Cantata in ambrosiano o
ascoltando un concerto. Abbazie, chiostri, lunghe navate, cori lignei
intarsiati di rara bellezza sino testimoni di profonde emozioni suscitate dalle
note che salgono e scendono con semplicità
e naturalezza. Canto
Ambrosiano e Canto Gregoriano
Ma, di preciso, che cos’è il canto ambrosiano? E il rito ambrosiano? Esso deriva da canti orientali (si suppone di origine
greca ed ebraica) Rappresenta un momento nell’evoluzione del canto
latino. E’ una delle tante forme che si svilupparono nei diversi centri liturgici e quindi l’evoluzione musicale della Lombardia. Sono solo intuizioni. Ma una cosa è certa: tutti suppongono un confronto
tra il canto ambrosiano e il gregoriano. Molti hanno esposto il loro pensiero riguardante tale
argomento. Ad esempio Oddone e Guido d’Arezzo notano nel canto ambrosiano una
maggiore “dolcezza” rispetto al gregoriano; Giovanni de Muris invece vi
ritrova “prolissità”. Tra gli storici e i musicologi moderni che hanno
esposto il loro pensiero circa i rapporti tra i due canti ricordiamo Rieman che
“non vi vede particolari differenze”; Kienle afferma che “esiste una
differenza tra i due canti, ma non è così notevole”; Gatard si esprime così:
“Le melodie ambrosiane assomigliano ad una foresta vergine la cui
lussureggiante vegetazione trae la
potente fecondità da un sole ancora nuovo, mentre il canto gregoriano porta
l’impronta di una cultura più avanzata e del genio che durante molti secoli
governa il mondo”; Bas sostiene che “è impossibile determinare se il
gregoriano derivi dall’ambrosiano o se tutti e due attingano a una fonte
comune: ad ogni modo pare certo che S. Gregorio abbia utilizzato cose
preesistenti, introducendovi dei ritocchi”.
Se da un punto di vista ritmico i due canti sono uguali, sono “affini o
differenti” per diversi motivi: Il monaco solesmense Dom Cagin, nel 1905, afferma che “le melodie ambrosiane, come noi le conosciamo, sono fedeli alle loro origini, sono anteriori a S. Gregorio, gli hanno fornito i suoi temi, non sono piuttosto delle variazioni dell’opera di questo papa”.Dom Morin invece ”crede invece di poter affermare che per la metà del ciclo compreso tra L’Avvento e la Pasqua, la maggior parte dei pezzi d’origine antica e in modo principale i Graduali, sono identici nei due riti per il testo come per il fondo melodico”. Don Guerrino Amelli “dedusse che l’opera di San Gregorio non fu principalmente inventiva di nuove melodie, ma perfezionativa di quelle preesistenti, oggi conservate a Milano”. Quanto all’andamento della frase melodica l’ambrosiana è più ricca e abbondante di note e i suoi melismi arieggiano in molte parti certi giubili orientali, armeni e greci; vi si rimarca una grande somiglianza nella successione dei gruppi, ma essa manca alquanto di proporzione. Nel canto ambrosiano troviamo lunghi vocalizzi sopra le parole più importanti del testo. San Gregorio li ha conservati in alcuni dei suoi versetti, ma in generale si preoccupa più della proporzione della frase musicale, della corrispondenza armoniosa dei suoi differenti membri, del legame naturale delle sillabe le une con le altre. Negli inni e nelle antifone, che nel canto ambrosiano sono semplici e quasi sillabiche, San Gregorio diede maggior sviluppo alle frasi melodiche, allo scopo soprattutto di emanciparli dalla metrica. Infine si nota il lavoro di San Gregorio nelle cadenze sue proprie caratteristiche, che certo sono più ricche, più armoniose e più perfette delle ambrosiane, belle ancor esse, ma forse troppo semplici e modeste”. Dom Pothier afferma che “le modulazioni nell’ambrosiano se non sono assolutamente le stesse che nel gregoriano, almeno procedono con gli stessi intervalli, hanno il medesimo progresso e i medesimi andamenti così da poter concludere che differenza fondamentale ed essenziale fra i due canti non esiste”. Dom Sunol, studioso di canto ambrosiano e gregoriano afferma:”Il canto ambrosiano è, in certa maniera, più universale del gregoriano, in quanto può rappresentare un fondo melodico comune a tutto l’occidente prima della riforma di San Gregorio. La caratteristica del canto gregoriano è l’unità, se non di mano, certo di indirizzo. Esso è omogeneo, ben sistematizzato, sempre sobriamente equilibrato. Il canto ambrosiano ha però il vantaggio di una più grande originalità. Rappresenta una semplicità più profonda, una spontaneità meravigliosa nel trattamento del testo e nella combinazione degli intervalli. Nell’ambrosiano ci sono contrasti tra la formula semplice, puramente sillabica e lo stile più ornato del testo, tra il susseguirsi di parecchi e ripetuti intervalli contigui, quasi troppo insistenti o monotoni e di salti arditi e inattesi; ci sono colpi geniali, drammatici e quasi diremmo santamente appassionati, in mezzo a sviluppi melodici più tranquilli. Gli studiosi attuali non chiariscono ancora se esiste una dipendenza del gregoriano dall’ambrosiano se non quando “si penetrò nella melodia con lo studio della modalità”. “Si è molto parlato di una presenza del canto ambrosiano fuori della regione lombarda”. Infatti nel secolo VIII Petronace, proveniente da Brescia, aveva portato il canto ambrosiano nel monastero di Montecassino per rinnovarne la vita monastica”. Anche a Benevento si nota la presenza dell’ambrosiano, anche se alcuni studiosi la negano. Libri ambrosiani si trovano a Ratisbona nel secolo XII richiesti al Monastero di Sant’Ambrogio “probabilmente solo per studio”. A Praga , nel monastero di Sant’Ambrogio, fondato da Carlo IV, era stato accordato il permesso della celebrazione della Messa e dell’Ufficio in ambrosiano.“Così pure la liturgia ambrosiana restò unita alla romana sino al 1854 ad Ausbourg, essendo, un tempo, questa città appartenente alla metropoli milanese: lo stesso fatto adunque che spiega la presenza del rito ambrosiano in alcune parrocchie della Svizzera e delle diocesi di Bergamo e Novara”. Dreves nota la presenza delle melodie ambrosiane in alcuni paesi protestanti. Giovanni
Vianini – Schola Mediolanensis anno
2002 Contributo di
Italia De Camillis
La
celebrazione dell’Eucaristia, vista come memoriale e come atto di fedeltà e
di obbedienza al mandato di Gesù Cristo nostro Signore nell’Ultima Cena,
costituisce il centro di tutta la vita cristiana. Nell’epoca
apostolica il rito della “Frazione del Pane”, accanto all’insegnamento
della Parola, alla comunione fraterna e alle preghiere (At.2,82) compare come
l’elemento distintivo della comunità cristiana. Secondo
i documenti risalenti all’epoca delle persecuzioni, sembra sia già presente
la duplice partizione in Liturgia della Parola e Liturgia Eucaristica di un rito
che verrà poi comunemente chiamato “Messa”. Il quale resterà invariato
presso ogni Chiesa e in ogni tempo pur con le inevitabili differenziazioni
locali che però non riguarderanno mai la sostanza della celebrazione. Da
analisi storico-letterarie delle opere di S.Ambrogio, si può comprendere come a
Milano, nella seconda metà del secolo IV, la Messa venisse celebrata: la
Liturgia della Parola prevedeva tre letture cui seguiva l’omelia del Vescovo e
il congedo dei catecumeni, ai quali non era consentito di partecipare alla
liturgia eucaristica vera e propria. In riferimento allo stile
di celebrazione, anche a Milano come altrove per secoli fu il capitolo della
cattedrale a tenere vivo il modello ufficiale di Liturgia Eucaristica e
proprio per la sua funzione paradigmatica anche tutte le altre chiese della
diocesi si uniformarono. La
revisione della struttura della Messa così come oggi la celebra la Chiesa
Ambrosiana è stata graduale, ma ha conservato tutti i dati tradizionali propri
del rito, tenendo conto delle nuove esigenze di carattere pastorale, come la
partecipazione attiva da parte dei fedeli. Pur
seguendo il rito romano, tuttavia la celebrazione della Messa Ambrosiana è
costellata da alcune differenze. Nel
rito introduttivo essa privilegia, come atto penitenziale, la triplice
acclamazione a Cristo con il “Kyrie eléison”
non usa mai l’invocazione “Christe eléison”
introdotta invece da Papa Gregorio Magno nel rito romano. Altra
caratteristica è la benedizione del celebrante, data con un’apposita formula,
non solo diacono che deve proclamare il Vangelo, ma anche ai lettori della prime
due Letture. Con
questo rito, che risalirebbe addirittura a S.Ambrogio, si vuole mettere in
evidenza come il celebrante sia il custode e l’interprete autorevole della
Parola proclamata durante la Liturgia. Bisogna
inoltre notare che nel rito romano, sempre ad opera di Gregorio Magno, si ebbe
un accorciamento a due sole letture, con la soppressione di quella dell’Antico
Testamento: con la riforma del Concilio Vaticano II, anche l’ordo
romano, è tornato ad adeguarsi alla tradizione più antica, dalla quale la
messa ambrosiana non si era mai discostata. Mentre
il rito ambrosiano prevede dopo il Vangelo la lettura di un’antifona, l’ordo
missae romano professa il Credo
come risposta di assenso alla Parola di Dio appena programmata. Un’altra
caratteristica rilevante è che il rito ambrosiano, prima della presentazione
delle offerte, prevede lo scambio della
pace. Questa
sua collocazione allude al passo evangelico Mt.5,23-24 sull’obbligo della
riconciliazione fraterna prima di presentarsi all’altare a compiere
l’offerta. Significativa
è anche la collocazione della professione
di fede (Credo) precisamente dopo la presentazione delle offerete. Ciò è
da ricercare nella differente interpretazione che viene proposta: non già come
risposta di assenso alla Parola di Dio proclamata (Liturgia romana), ma come
condizione necessaria per la celebrazione eucaristica. Si
esprime cioè l’esigenza di una comunione ecclesiale che troverà nell’eucarestia
la sua realizzazione perfetta. Concludendo
questa rapida presentazione dell’attuale ordo
missae ambrosiano si può infine notare il triplice Kyrie che precede la benedizione finale del celebrante e che, quasi
un completamento dell’atto penitenziale iniziale, ricorda che anche al termine
della celebrazione il fedele deve disporsi a ricevere il dono della divina
misericordia per procedere nella vita cristiana, trovandone l’unica fonte nel
mistero eucaristico. M.R.M
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neo-gregoriano
in stile semi-ornato communio
composto da Giovanni Vianini |
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