Giacomo Baroffio
retractationes
liturgia
in-canto
Che cos’è la liturgia
cristiana? La liturgia è lo spazio dove D-i-o hic et nunc si fa
presente al popolo credente. A modo suo. Egli offre la sua Parola che abbatte
ogni barriera. Partecipa la sua stessa vita a quanti considera figli. Si rende
nutrimento di quanti sono affamati di giustizia. Svela il suo splendore a
coloro che a tastoni ricercano la verità. Nella celebrazione, tuttavia, prende
consistenza una tensione tra il "già e non ancora" che fa spazio
anche a un D-i-o trascendente, inaccessibile. È il tutt’Altro che non solo
provoca sino all'estremo delle resistenze umane con il suo silenzio, ma si
sottrae anche alle pretese della conoscenza razionale rivelandosi ineffabile,
al di là di ogni pensiero ed immaginazione.
* * *
La liturgia non è una bella idea con
cui trastullarci e che possiamo manipolare a capriccio. La liturgia è una
realtà spirituale concretissima, ha una vitalità intrinseca propria, esiste
paradossalmente anche al di qua e al di là delle singole celebrazioni. È sempre
presente perché incessantemente si celebra la liturgia celeste di cui quella
terrena è solo un pallido anticipo. È sempre attuale perché è sacramento della
presenza di D-i-o nel cuore del credente e nella storia dell’uomo. La liturgia
attende tra l’altro di poter esprimere la fede nella forza dello Spirito con un
canto che non sia musica bensì preghiera.
* * *
La liturgia
è un gioco che mette in gioco tutti. La liturgia è il tempo e lo spazio dove
tutti si giocano tutto: D-i-o-, la comunità, la singola persona. Esperienza
impegnativa che esige la donazione di sé. Senza riserve, senza resistenze,
senza titubanze, senza musonerie. Leggerezza del cuore che si ritrova libro e
sereno a giocare. Audacia dei figli. Nella fede, e pur sempre in parte
incoscienti, giocano con D-i-o, lo chiamano papà.
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La celebrazione liturgica è in primo
luogo una realtà spirituale, è quanto si vive nella forza dello Spirito
prolungando nel tempo e nello spazio l’azione stessa di Cristo. Ciò non sottrae
la liturgia alle categorie della cultura, anzi la colloca nella radice della
situazione sociale quale fonte e culmine d’ogni attività del credente, che vive
la storia con un linguaggio e tutta una serie d’atteggiamenti interpersonali
propri dell’ambiente in cui vive. La liturgia si radica nella storia umana e
trae dal tessuto culturale le forme e le espressioni necessarie per costruire e
gestire la celebrazione: i differenti linguaggi della parola, della musica e
delle immagini sono mutuati da un preciso orizzonte che s'intreccia con le
vicende storiche e politiche di una comunità.
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La liturgia non
è un laboratorio sperimentale dove ci si possa divertire a manipolare ogni cosa.
È l’oratorio dove si entra in punta di piedi, dove siamo chiamati ad ascoltare
e ad accogliere la Parola di D-i-o nella preghiera e nell’adorazione.
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Quando
si entra nell’ambito della liturgia, bisogna sapere che sono vigenti categorie
diverse rispetto al mondo sociale, laico o ecclesiastico che sia. Ci si pone
esplicitamente alla presenza di un D-i-o che, al limite, potrebbe sembrare
assente, ma che pure è lì: interpella e provoca il credente con la sua Parola
ed il suo silenzio, entrambi profondamente intrecciati e sempre eloquenti ed
insieme enigmatici. Forza travolgente che penetra nel cuore orante colmandolo
di pace dopo averlo svuotato e purificato con il tormento della ricerca e
dell’ascolto diuturno.
* * *
La liturgia è
un cammino mistico. Nonostante che i suoi testi e i suoi riti siano
fissati con sempre maggior cura e meticolosità prima nei manoscritti e poi nei
libri a stampa, il suo svolgersi nella storia della comunità e del singolo
credente attraversa momenti inediti di luci e ombre, certezze e smarrimento,
serenità e angoscia.
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C’è un unico
luogo in cui si celebra la liturgia: il profondo del cuore, animato e
reso fecondo dallo Spirito. La liturgia del cuore ha nell’azione ecclesiale
la sua visibilità esterna ed è autentica nella misura in cui riesce a essere
segno e anticipazione della liturgia del cielo, nella pienezza del regno di
D-i-o.
* * *
Se la partecipazione
alla liturgia vuole inglobare il canto, è necessario affermare la
priorità dell'essere sul fare. Occorre, cioè, ripensare i progetti pastorali in
modo che i singoli e l'assemblea tutta siano aiutati a vivere la responsabilità
della vocazione battesimale quali creature di fronte al Creatore, quale
fratello/sorella nella comunità dei figli di D-i-o, nella capacità di operare a
tempo debito i necessari distacchi e compiere la conversione esigita
dall'incontro con D-i-o. Chi vive queste esperienze, al di là delle proprie
attitudini e capacità artistiche, sentirà sgorgare dal profondo del cuore
il canto della vita. Il dare voce a tale canto attraverso la musica dipende da
tanti fattori; l'importante è che alle labbra affiori il canto del cuore, non
una qualche melodia estranea.
* * *
D-i-o esige che
si sgombri totalmente il terreno, che non ci sia posto per nessun altro: solo
così lo si può accogliere quale Signore assoluto ed indiscusso della vita.
Tutto ciò che c'è stato prima della liturgia scompare. Il che comporta
lo spezzare vincoli familiari, il sacrificare aspirazioni legittime: è, in
piccolo, ma sempre cruda, l'esperienza di Abramo chiamato a sacrificare
il figlio Isacco. Nel momento in cui ci si inoltra verso il roveto ardente, il
fuoco distrugge solo le scorie. Nella celebrazione ci si ritrova con il cuore
purificato, capace di ospitare, nel senso più nobile del termine, tutte le
persone ed i pensieri che si erano abbandonati a fatica. Lo spazio interiore
che D-i-o sembrava aver confiscato unicamente per sé, si dilata senza confini:
diviene accoglienza misericordiosa del prossimo, capacità di rinnovata
riflessione e impegno civile.
* * *
Nel modo con
cui si è entrati nella liturgia, così si esce. Con il rischio che nulla sia
successo e possa accadere. Se il presente liturgico non è esistito, il futuro
della vita non sarà altro che la continuazione di un passato senza volto.
La liturgia diviene sterile, la celebrazione è solo fonte di tedio, il
quotidiano si dissolve nel grigiore.
* * *
La liturgia
nel corso dei secoli ha cercato diversi linguaggi per aiutare il popolo
cristiano a vivere un’esperienza di fede. Sono in primo luogo le molteplici
espressioni poetiche che trovano varie concretizzazioni. Sono le forme
architettoniche che s’innalzano al cielo elevando il cuore a D-i-o. È lo
sfavillio dei colori della pietra e degli intonaci, ma soprattutto delle
vetrate: esse filtrano e ravvivano fasci di luce che illuminano lo spazio
dell’edificio e gli spazi interiori dell’assemblea orante. È il flusso delle parole
che rivelano all’uomo la Parola del Padre e fanno a giungere al cuore del
Padre le lodi e i gemiti dei figli. Parole divine e umane che il canto sorregge
e diffonde con una forza sempre nuova verso l’incanto dell’incontro con una
Presenza che nasce dal silenzio e al silenzio riconduce rinnovati dalla grazia.
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La dimensione
religiosa della vita trova grandi ostacoli in tante manifestazioni fraudolente
che si sostituiscono alla realtà: un certo tipo di religiosità - falsa - si
sostituisce alla fede. Un facile, benché scandaloso servilismo, sembra
esonerare dal prendere su di sé le proprie responsabilità. Un formalismo
rituale, preciso sino nell'ultimo particolare, è contrabbandato come se
fosse l'anima del celebrare i santi misteri. In questo orizzonte l'incidente
più grave e nefasto colpisce gli uomini che spesso abdicano alla propria dignità
e, così facendo, sgretolano dalle fondamenta l'impianto sociale. Si
rinuncia - talora anche per violenza esterna - ad essere persona perché
in certi momenti ciò costa sacrifici, e notevoli; ma ci si lascia trasformare
in mero numero nell'ingranaggio consumistico o in anonima pratica all'interno
di un mostruoso apparato burocratico dove tutto sembra svolgersi senza intoppi.
L'anonimato, infatti, guida la regia di questa farsa, una rappresentazione
balorda che finisce per trasformare le persone in pagliacci di carta, senza
testa, senza cuore: nella famiglia, nella vita sociale, nella celebrazione
liturgica.
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La musica è
l'apologia della fede più genuina (J. Ratzinger): essa rivela ciò che si crede,
Colui in cui si crede, come si crede, al di là di tanti discorsi che soltanto
confondono e illudono. Dimmi che cosa canti, come canti e ti dirò in chi credi.
Non si pretende che tutta la musica sia eccelsa e che tutti siano musicisti
provetti. La passione che persino uno stonato mette nel cantare la sua fede con
melodie tradizionali del popolo cristiano - semplici, ma profonde - dice la
fede molto più di un'enciclopedia teologica. La sobria melodia del Pater noster gregoriano permette di dire
Babbo all'Ineffabile, nel tremore e nella gioia di una fede che non si
lascia illudere dallo sfavillio di specchietti per allodole come sono le
“catechesi” misticheggianti ed esotiche oggi in voga e praticate per
accalappiare la gente, con la convulsa e fallimentare mira di riempire le
chiese, invece di preoccuparsi, come diceva un saggio, di colmare i cuori di
quanti sono alla ricerca di LUI.
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Nella storia della
comunità cristiana grande rilevanza ha avuto la riflessione su alcuni nodi
cruciali dell’esistenza del singolo credente e della Chiesa: D-i-o, la persona
umana, il cosmo, la vita e la morte... Alcuni tentativi sistematici che
riguardano esplicitamente D-i-o e la Chiesa sono stati elaborati in grandiose
costruzioni intellettuali che costituiscono il patrimonio della teologia
cristiana. Il solo pensiero razionale non esaurisce, tuttavia, la capacità
interpretativa e neppure la possibilità recettiva; altri linguaggi partono da
una sfera più profonda dell’essere e giungono a vertici che la ragione, con i soli
circuiti logici, non riesce a raggiungere. Tra questi linguaggi la Chiesa ha
privilegiato nella sua esperienza mistica e profetica il silenzio e le espressioni
artistiche, in particolare, la musica.
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L’indifferenza
verso la musica sacra è tanto più biasimevole in quanto tale atteggiamento
nasconde di fatto un totale disinteresse nei confronti della liturgia stessa.
* * *.
La musica nella
liturgia mantiene sempre intatta la forza evocativa del proprio linguaggio
sonoro atto a sollecitare fondamentalmente un’esperienza estetica: la musica è
bella e fa piacere ascoltarla. Ma ciò non è tutto, e non è neppure la cosa più
importante. Nella liturgia la musica fa spazio a uno statuto del tutto
particolare che le permette di trasfigurarsi, di essere tutt’altra realtà:
diviene preghiera. Come ogni altra espressione dello spirito – vuoi testi, vuoi
immagini – anche la musica sottostà a una condizione necessaria per aver
diritto di cittadinanza all’interno della liturgia: tale condizione è
l’assumere l’identità orante, essere preghiera. Il fatto non deve sorprendere
più di tanto e non è una mortificazione né per la musica in se stessa, né per
chi la pratica. È proprio della musica un mimetismo che riesce a trasformarla,
senza rinnegarla, ma facendole di volta in volta assumere significati
particolari. Due casi estremi: la musica quale dichiarazione di guerra nelle
marce militari oppure quale dichiarazione d’amore in alcuni stornelli e Lieder. Il significato della
comunicazione musicale è talmente pregnante e forte che nessuno più pensa alla
musica, ma si trova coinvolto emotivamente in uno slancio offensivo oppure in
un abbandono di passione amorosa. Nella liturgia la musica è mediazione
privilegiata nell’incontro tra D-i-o e l’uomo: è “sacramento”, cioè segno
sensibile e in qualche modo anche efficace della voce di D-i-o che giunge al
cuore umano; parimenti essa è balbettio attonito o grido esplosivo -
d’incontenibile gioia, ma anche di sofferenza inaudita - con cui la fede si
rivolge a D-i-o. Tanto che se nella liturgia la musica non diviene reale
preghiera, rischia di essere un corpo estraneo, fuori luogo, degno soltanto di
essere espulso.
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Il linguaggio
poetico della parola e del canto si muove nella sfera dell’intuizione
e dell’emotività profonda, non si lascia imbrigliare da schemi, si espande in
ambiti inediti, affronta il rischio dell’incomprensione. Agli occhi del teologo
– che spesso affronta il mistero con scandalosa disinvoltura – tale linguaggio
ha, inoltre, un forte limite: è decisamente frammentario. Può affascinare, ma
subito rischia di deludere perché non prosegue su un binario chiaro e distinto,
abbandona quasi a se stesso colui che ha intrapreso il cammino della ricerca e
si è lasciato suggestionare dalle scintille della poesia.
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L’autenticità
dell’esperienza liturgica non è confermata dall’accoglienza entusiastica del
momento, dalla folla che fa ressa intorno all’idolo del momento, anziano
pontefice o giovane curato che sia. La liturgia è autenticata dalla carità che
si fa operosa nel nascondimento ed è alimentata dal silenzio dell’adorazione.
Silenzio da cui è nato il canto gregoriano mille e più anni or sono, silenzio
che anche oggi è l’unico spazio vitale in cui potrà prendere corpo il nuovo
canto per la liturgia di domani.
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Tra gli estremi
del silenzio e della parola/pensiero articolato c’è una terza via
privilegiata nell’esperienza spirituale cristiana: il balbettio mistico
della preghiera che si fa poesia in musica o, se si vuole, musica in poesia:
sprazzi folgoranti che lasciano intravedere i punti fermi di un cammino che
sfocia nella contemplazione. Nulla di sistematico, nessuna pretesa di esaurire
l’ “argomento”. La poesia orante si libra sulle ali del canto che ha la forza
di incantare perché svela i colori e le profondità recondite nascoste in una
serie interminabile di espressioni.
* * *
Il silenzio
è il linguaggio per eccellenza che permette di comunicare le esperienze tanto
profonde, uniche ed irripetibili, da essere letteralmente indicibili. È il
silenzio delle relazioni interpersonali più intense dove le parole non riescono
neppure ad affiorare tanto sono limitate ed estranee. Un solo esempio:
l'assistenza di un moribondo, quando la vita non ammette più
"scherzi", quando si raggiunge l'essenziale. Un silenzio amplificato
dallo sguardo, da una carezza, dallo stringere forte una mano inerte
nell'ultimo tentativo di trattenere la persona amata. Chi vive tali momenti,
s'accorge che il silenzio è dedizione e rispetto, è presenza eloquente pronta
ad intervenire con un gesto ed altrettanto pronta ad attendere nell'immobilità
del corpo quando il cuore corre e visita, per l'ultima volta, la vita tutta
dell'amato.
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L'esperienza
del silenzio nelle relazioni interpersonali è la migliore scuola per
imparare a reggere l'urto del silenzio di D-i-o: quando si pretenderebbe una
sua parola, un suo gesto, e Lui sembra lontano, indifferente, assente, anche
nella preghiera, anche nelle liturgie piene di canti. È pure scuola dove
s'impara a vivere alla presenza di D-i-o lasciando che Lui legga il cuore senza
frapporre il velo di tanti pensieri inutili, di tante parole vuote.
* * *
Il silenzio è
vero nella misura in cui annuncia il canto: la voce dell'amato del Cantico dei
cantici, le acclamazioni dell'Apocalisse, il grido dei martiri, la melodia bisbigliata
dalla mamma sul bimbo che si addormenta nell'abbandono fiducioso e sereno.
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Nel dialogo
sponsale tra D-i-o e la Chiesa (cfr. SC 84) la Parola trova nel canto la
sua espressione più adeguata ad una precisa condizione: è necessario che la
musica scompaia dall'orizzonte nel momento stesso in cui risuona e scuote il
torpore spirituale dell'uditore che si apre all'ascolto della Parola, non
all’ammirazione del cantore o dei cori. Chi canta in chiesa - sia egli un
cantore del coro, sia egli un membro dell'assemblea - è voce sacramentale di
Cristo che ora sussurra, ora irrompe con forza nel cuore in faticosa
ricerca della salvezza.
* * *
Chi vive la
fede cristiana s’accorge come la Parola di D-i-o necessiti di una mediazione
che vada al di là della spiegazione filologica e dell’applicazione
moraleggiante. Percepire la voce di D-i-o nella sua Parola è un’azione del
cuore in ascolto di quanto le parole della Bibbia non riescono a esprimere. La
musica è il linguaggio privilegiato del cuore: di D-i-o e dell’uomo. Il canto
gregoriano ha la forza di in-cantare, distogliere il cuore dalle
pre-occupazioni perché si dilati e si orienti a D-i-o nell’adorazione e nel
silenzio attonito.
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È vero che la musica
deve avere precisi requisiti di armonica strutturazione melodica e ritmica;
è anche necessario che assemblea, cantore solista ed eventuali coristi mettano
tutto l'impegno per eseguire la musica nel miglior modo possibile, fare del
canto un momento d'incanto. Ma ciò è soltanto un aspetto, secondario, della
realtà musicale all'interno della liturgia. La musica è sacra perché è ispirata
dallo Spirito e risuona quale voce che confida all'uomo i segreti reconditi di
D-i-o: nell'ascolto orante il silenzio intorno a chi cerca D-i-o si
squarcia e attraverso le note musicali viene dato di entrare in comunione con
Cristo nel susseguirsi ordinario della vita quotidiana sino ai limiti di
esperienze mistiche straordinarie. La lunghezza d'onda della musica nella liturgia
non è il piano psicologico né quello sociale, ma la vita nella comunione
trinitaria che permette di contemplare il Padre con il Figlio nella potenza
dello Spirito santo. È in forza di questa prospettiva che è legittimo parlare
anche oggi di musica "sacra".
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La melodia
liturgica prende corpo attraverso le note cantate, ma è ben più di mera musica
vocale. Il canto gregoriano è l’icona sonora attraverso la quale D-i-o e la
Chiesa parlano al cuore dei credenti nel contesto ben preciso e articolato
della celebrazione liturgica. Il canto, allora, non può esaurirsi nella linea
melodica e nel ritmo musicale, bensì emerge progressivamente dalla comprensione
esistenziale della Parola di D-i-o che ha un suo ritmo, una sua dinamica. È la
Parola che si espande in un ampio respiro esigendo momenti di appoggio -
scorrevole o attardato, leggero o fortemente incisivo - che mettano in evidenza
precisi vocaboli che costituiscono il nucleo centrale e innovativo – un vero euangelion
– della proclamazione liturgica.
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La liturgia
è la scuola in cui s'impara a conoscere se stessi e a riconoscersi come persona.
Il che avviene confrontandosi con D-i-o nella Chiesa e con la comunità sociale.
Il senso dell'autocoscienza si rivela nella qualità del rapportarsi agli altri.
Nella misura in cui ci si considera persona, si tratterranno anche gli altri
come persone, si riconoscerà la loro dignità indipendentemente da tanti aspetti
decisamente accessori, quali sono la religione professata o negata, il censo
sociale, l'istruzione, il colore della pelle e le abitudini emergenti, buone o
cattive che siano. Davanti alla "persona" di D-i-o non si può non
riconoscere in se stessi e negli altri che delle persone create a sua immagine
e somiglianza.
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La Chiesa in
preghiera propone da secoli ormai a tutti i credenti più o meno le stesse
preghiere, le medesime rappresentazioni mentali di D-i-o e del cristianesimo.
Ciò non toglie che - alla scuola di Cassiano, di Origene, di Gregorio Magno e
di tante persone spirituali - la proposta ecclesiale continui ad essere una
provocazione che sfida l'individuo a prendere posizione, a scoprire se stesso,
tutta la sua persona con gli slanci di generosità e i rifiuti meschini, la
forza di affrontare i rischi e la pusillanimità della paura paralizzante, i
momenti di angoscia disperata e gli sprazzi incandescenti della speranza senza
nessun motivo tangibile.
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Il canto gregoriano è quasi sempre Parola di D-i-o che
diviene preghiera della Chiesa, talora è parola della Chiesa che si rivolge a
D-i-o. Il respiro dei cantori si innesta sul soffio divino dello Spirito che al
Padre rivolge le parole del Figlio. Dopo aver accolta nella traditio liturgica
la Parola di D-i-o, la Chiesa, attraverso la voce dei cantori, vive la
redditio della stessa Parola carica di tutto lo spessore dell’esperienza
umana. Di nuovo è la musica che infonde profondità alle parole e squarcia i
limiti del lemma o significato tecnico lessicale esprimendo con i suoni le
vibrazioni ineffabili che non riuscirebbero altrimenti a liberarsi dal cuore
umano. Anche in questa prospettiva i gemiti inesprimibili dello Spirito si
intrecciano con pensieri compiuti e rigorosamente logici, testi sillabici si
alternano a lunghi vocalizzi. La Parola di D-i-o – i salmi in modo particolare
– conducono la Chiesa orante nelle profondità della vita di fede e la guidano
in un incessante itinerario che porta alla scoperta del tempio interiore: qui i
canti troveranno un’eco e potranno essere riconosciuti nelle melodie
gregoriane, Parola di D-i-o - preghiera dell’uomo.
* * *
Il mondo
gregoriano, dai compositori sino agli esecutori, è del tutto alieno da ogni
forma di protagonismo. Nell’atto compositivo si ricorre spesso a materiale già
presente nel repertorio (formule melodiche con varie funzioni, segmenti
centonici, strutture modali e melodie tipo) e si rispetta con venerazione lo
stile inconfondibile dei singoli brani. Non ci si meraviglierà nel costatare
che l’inventiva e l’impronta personale che caratterizza le melodie gregoriane
non si sia sbizzarrita nel trovare cose sempre nuove ed originali. Ci si muove
in un clima di preghiera simile a quello che contraddistingue i pii pittori
intenti a dipingere le sacre icone: il vero maestro è colui che sa coniugare,
in modo eccellente, gli schemi tramandati dal passato con la novità della
propria esperienza personale.
* * *
La massima
parte dei testi messi in musica nel repertorio gregoriano sono tratti dalla Bibbia
e, in larga misura, dal salterio. È Parola di D-i-o attualizzata, assunta come
preghiera da un popolo in cammino che si sente spesso stanco, appesantito dalle
fatiche e dalle delusioni. I testi dei canti non propongono enunciati teologici
elaborati concettualmente. Sono piuttosto dei balbettii che in modo
frammentario lasciano affiorare dal profondo del cuore ciò che la persona vive
nell’abisso della propria esistenza, in quella camera recondita dove è
possibile incontrare D-i-o a Tu per tu. Il canto liturgico è l’eco di tale
incontro che lascia senza parole. Per tale motivo l’orante riprende le
espressioni del salmista, le rivive nel giubilo e nella sofferenza,
nell’angoscia e nella luce di una speranza rinnovata.
* * *
Può accadere che
nel desiderio di prevenire l’urto con la Parola tumultuosa e insieme silenziosa
di D-i-o, ci si armi di pensieri e di parole alle quali si applica l’etichetta
confortante di “preghiera”. Si insiste con tale vociferare interno per riempire
gli spazi interiori e non lasciar posto alla Parola, in verità per difendersi
da essa. È una delle tante strategie umane con cui si distrugge la vita sul
nascere pur di non correre rischi. Il soffio divino potrebbe inebriarci con la
sobrietà della Parola, il seme divino potrebbe affondare le radici nel nostro
cuore e produrre frutti proibiti e inaccessibili ai mortali quali la verità, la
giustizia, l’amore. Sì, è meglio non correre rischi e lasciarsi cullare dal
disimpegno del grigiore, trascinandosi da un’abitudine all’altra, senza
imprevisti, senza lotta, senza luce. Abbandonarsi a D-i-o è la scelta più
facile e insieme la più difficile: facile per chi ha il cuore innocente e puro
e si lascia condurre dallo Spirito; opzione difficile fino ad essere
impossibile per chi vuole ad ogni costo imporre se stesso agli altri e al
Tutt’Altro, assolutizzando le proprie idee, facendosi centro dell’universo
verso cui tutti devono inchinarsi. È anche il caso di tanti sforzi di imporre a
D-i-o le nostre preghiere, tanto nostre da non poter più elevarsi al di
sopra di noi stessi. Nell’itinerario avventuroso della ricerca di D-i-o la
Chiesa si fa guida del popolo cristiano e propone giorno dopo giorno, ora dopo
ora la Parola e conduce con mano l’orante a rivolgersi a D-i-o. Prima di tutto
con il silenzio. Dopo ogni ascolto ci vuole tempo per poter rendersi conto del
cibo spirituale che si è appena accolto e che occorre mandar giù nel profondo
del cuore. Quale nettare vivificante la Parola riscalda e illumina l’esistenza,
brucia letteralmente. Lungo il suo tragitto interiore rimuove quanto
nell’intelligenza e nella fantasia, nella sensibilità, nella volontà e nelle
emozioni impedisce l’accesso della Parola. Finalmente D-i-o con la sua voce e
il suo silenzio bussa alle porte del cuore e la sua presenza s’infiltra in ogni
spazio. Le pareti dell’anima riflettono questa presenza che si ripercuote ad
ondate ricorrenti in altrettanti silenzi e parole: eco della Parola divina.
Questa rimane materialmente la stessa, ma cambia nella sostanza. Non è più solo
voce di D-i-o, è anche preghiera dell’uomo.
* * *
Le categorie e la sensibilità estetiche nei confronti del canto gregoriano vanno assunte e verificate partendo non dalla situazione personale del cantore/ascoltatore, bensì dalla realtà mistica di questo repertorio. Ciò significa che per comprendere ed apprezzare in modo adeguato il gregoriano è necessario, come nell’approccio ad ogni espressìone d’arte, abbandonarvisì senza nessuna pretesa aggressiva, mascherata abilmente dalla necessità, ad esempio, di capire bene, analizzare nei particolari, dominare la materia. Ma più importante dell’abbandono – che permette al canto di illuminare le tenebre del cuore e di ridestare le fibre emotive profonde della persona – è la radicazione del cantore/ascoltatore nell’azione liturgica, nell’evento di salvezza che si attualizza nella celebrazione. A queste condizioni il canto gregoriano rivelerà progressivamente i suoi contenuti che trascendono il mondo dei suoni musicali. Questi ultimi sono soltanto l’eco delle melodie ineffabili del cuore e l’anticipo di quell’esperienza unica dell’immedesimazione con il Verbo - Parola del Padre - che in pienezza sarà vissuta nella gloria.
* * *
L’espulsione
del gregoriano dalla liturgia ha favorito il diffondersi di schiamazzi e
sdolcinature che, al di là dell’inconsistenza artistica, non sono in grado di
orientare i cuori a D-i-o. Il canto gregoriano è certamente legato a una
sensibilità del passato, ma è un’opera d’arte che trascende i confini del tempo
e i condizionamenti delle culture. A patto che lo si ascolti nell’obbedienza
della fede, con il cuore teso a percepire la Parola di D-i-o, senza pretendere
chissà quale piacere estetico. Pronti a seguire Cristo nello spogliamento della
Croce e nella sobria ebbrezza dello Spirito.
* * *
Il concetto di partecipazione
nel solo '900 ha avuto valenze notevolmente differenziate a seconda del
contesto teologico (ecclesiologico) e culturale (antropologico) in cui è stato
pensato ed elaborato. Spesso si sono contrapposte in modo esasperato le
dimensioni dell' "attivo" e del "passivo". Ci si è
dimenticati che l'essenza della partecipazione non sta in nessuno di questi due
atteggiamenti, bensì nell'accoglienza della vita di D-i-o e nella partecipazione
alla missione profetica, regale e sacerdotale di Cristo.
* * *
Sono emerse e
continuano ad emergere posizioni aberranti, sostenute in nome di una facile
demagogia che periodicamente rivendica una democratizzazione liturgica e un
attivismo inconsistente ("tutti devono cantare tutto"). Non aiuta a
sbrogliare la matassa neppure la posizione esasperata di chi, arroccato su
affermazioni opposte ("nella liturgia sia ammesso soltanto il gregoriano e
le composizioni polifoniche di stile classico"), pretende di difendere
strenuamente la cosiddetta tradizione e non si accorge che invece le fa torto.
"Conservare et promovere" è il motto di un giusto
atteggiamento nei confronti della realtà liturgica e musicale (cfr. SC
114).
* *
*
Il canto e la
musica sacra si relazionano alla liturgia in un preciso contesto cultuale e con
parametri che, a cerchi concentrici, abbracciano: il fatto sonoro e le sue
componenti antropologiche, la liturgia con le proprie strutture celebrative, la
realtà ecclesiale nella dinamica di un incessante confronto e colloquio con
D-i-o.
* * *
Il canto e
anche il solo ascolto spirituale della musica sacra introduce nel
silenzio della preghiera, gli archi melodici innalzano la volta del tempio
interiore. La voce del cantore si dissolve; esile, la brezza di Elia, si inizia
ad avvertire la Parola.
* * *
Il canto nella
celebrazione abbandona lo statuto musicale ed entra in una “economia” del tutto
diversa, quella della sfera mistica. Detto senza mezzi termini, il canto
nella liturgia non è musica, bensì preghiera.
* * *
Il canto nella
liturgia non è un optional che solletica la curiosità; è una dimensione
che segna nel profondo il cammino di fede. È l’itinerario quotidiano che si
percorre lasciandosi afferrare da D-i-o in tutta la persona. Intelligenza ed
emotività, razionalità e fantasia, spirito e corpo sono percorsi dal fremito
della fede che si ripercuote nelle vibrazioni del canto che sale dal pozzo
interiore per comunicarsi con una melodia che rivela la corsa della Parola
nella vita della singola persona e della comunità intera.
* * *
Il canto
gregoriano introduce alla comprensione di ogni momento liturgico che proprio
attraverso le melodie acquista un colore particolare ed esclusivo. Oggi si è
abituati a cantare nella liturgia ciò che piace o ciò che si sa più o meno
bene. Di rado i cantori partono dall’azione liturgica e dalla sua ben precisa
articolazione per scegliere i canti. Purtroppo questa situazione è favorita
dalla subcultura musicale del popolo italiano che lo Stato lascia nella più
nera miseria culturale. Il risultato è che per molte persone cantare è una cosa
ardua, imparare un canto diviene una tortura. Al di là della situazione
contingente italiana, nel mondo liturgico la rivoluzione degli ultimi decenni
ha tolto il terreno musicale sotto i singoli riti e i diversi momenti
celebrativi. I pochi canti ben fatti e adeguati alla liturgia servono
concretamente in tante occasioni, travisando anche il loro senso e la finalità
originaria. A ciò si aggiunga la moda del “tutto che va bene sempre” e si potrà
ascoltare un canto orecchiabile alla Messa e ai funerali e ai vespri. Fatti del
genere, relativamente frequenti, rivelano un’estrema povertà musicale e, cosa
ancora più grave, una marcata insensibilità liturgica e spirituale. Il canto
gregoriano proprio in questo contesto ha una funzione unica: forma non tanto
l’orecchio quanto piuttosto il cuore a percepire la molteplice ricchezza dei
singoli momenti celebrativi. Non soltanto Pasqua si differenzia da un giorno di
avvento, ma, anche all’interno della Messa, il momento dell’introito esige un
atteggiamento interiore diverso da quanto è richiesto alla liturgia della
Parola e al momento della comunione.
* * *
Nella scelta
dei canti un criterio fondamentale, talora trascurato, non è soltanto la
verifica della qualità musicale in una prospettiva tecnica compositiva, ma la
congruenza del testo con la funzione del canto in questo giorno liturgico, in
una determinata azione, in un preciso momento. Il diffuso analfabetismo
musicale delle assemblee liturgiche italiane - colpa, questa, da attribuirsi
prevalentemente all'assurdo e infausto sistema scolastico - costituisce un
grave ostacolo alla scelta di un repertorio liturgico. È estremamente difficile
imparare nuovi brani e, di fatto, ci si trova costretti a cantare alcuni pezzi
in momenti del tutto diversi con funzioni contrastanti. È ben nota la sciagura
liturgica evidenziata, ad esempio, da Simbolo 77, contro ogni intenzione
dell'autore, Pierangelo Sequeri: per anni si è ascoltato questo canto in ogni
circostanza da Natale a Pentecoste, dall'inizio della Messa alla conclusione
dei vespri, da un matrimonio ad un funerale.
* * *
La realtà
musicale del canto liturgico può anche vivere della Parola di D-i-o senza che
alcuna parola umana le faccia da supporto materiale. La musica diventa allora
puro suono in piena espansione che permette alla Parola di risuonare senza
essere limitata dalla comprensione razionale dei vocaboli. È il caso dei
melismi, le lunghe elaborazioni vocali che nascono da una particolare
esperienza di fede, scaturiscono dal cuore in preghiera e conducono nelle
profondità del pozzo interiore.
* * *
I melismi nella
liturgia rispondono all’esigenza di dar voce all’inesprimibile e ineffabile
dell’esperienza spirituale, quando il cuore, senza pensieri articolati e
senza nessuna parola, riesce rendere partecipi gli altri della sua gioia. Il
melisma, tuttavia, va considerato anche nella prospettiva opposta, quale
espressione di quanto D-i-o vuole comunicare all’uomo oltrepassando la
mediazione delle parole. Esse da un lato chiariscono i contenuti di un
messaggio, ma nello stesso tempo lo limitano fortemente e rischiano di
coartarlo e falsarlo. Attraverso il melisma, D-i-o afferma la sua presenza e
comunica al credente quanto le parole e la stessa Parola biblica non è in grado
di esprimere. Il vocalizzo riconduce all’esperienza del suono della voce
anteriore al discorso articolato. È voce pura, segno incontaminato della
presenza di un D-i-o che inizia il dialogo nel silenzio dove si richiede
l’apertura totale del cuore e l’attenzione viva della mente, nell’ascolto
docile che si fa obbedienza/accoglienza di fede.
* * *
Il melisma corre
sull’onda dell’adorazione gratuita. È il momento musicale dove, più che
mai, si manifesta un aspetto paradossale del canto liturgico: esso è autentico
nella misura in cui non esiste più quale espressione musicale, ma diventa pura
rivelazione della Parola, comunione con D-i-o.
* * *
Canto di gioia,
l’Exultet si rivela essenzialmente quale preghiera di meditazione, di
ascolto estatico dei mirabilia Dei.
Un ascolto che aiuta l’orante ad aprire il proprio cuore per vivere nel
presente (Hæc nox) la salvezza
sfolgorante di Cristo. In questa prospettiva non si dovrà ricercare nella
melodia degli Exsultet chissà quale
artificio tecnico, né si dovrà cedere alla tentazione razionalista di una
incessante novità espressiva. La ripetizione quasi ossessiva delle formule
melodiche permette alla musica stessa di sfocare progressivamente fino a
lasciare emergere in tutta la sua forza il testo e quanto il testo narra di
D-i-o e dell’uomo.
* * *
La vocalità del
canto liturgico è mistica perché, genuinamente umana, comunica ciò che
le parole non sono in grado di esprimere.
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Nella liturgia
non si canta per piacere alla gente. Si canta una Parola che da sempre è
spada a doppio taglio, brace ardente che purifica le labbra, refrigerio e
consolazione del cuore. Realizzare ciò con una voce umana ha qualcosa di
divino.
* * *
Il canto
gregoriano ha da sempre accompagnato e animato dal profondo del cuore la vita
dei cantori. Ma i cantori a loro volta, con la propria voce e, prima
ancora, con il loro cuore illuminato dalla fede, hanno dato vita al canto.
* * *
Il cantore riesce
a dare una calda fluidità alla propria voce dopo resistenze e lotte interiori.
Non per attenzione pedante alle sillabe e alle parole - tale attenzione
finirebbe soltanto con lo strozzare ed annullare la Parola - ma nella
sofferenza e per la coscienza della propria povertà la voce balbetta, si frantuma
nel pianto e svanisce nel silenzio per poi riprendere vigore e slanciarsi nel
grido gioioso dell’alleluia. Impeto della voce tonante e dolcezza di un suono
che diviene guida nel cammino di fede.
* * *
Tutti, prima di
cantare, imparano ad ascoltare. L'atteggiamento del cantore non è
l'imporre il proprio repertorio e gusto, ma saper accogliere l'esperienza
dell'altro, lasciarsi arricchire. Ciò giustifica il fatto che, in alcuni
momenti all'interno di una celebrazione ed in alcune occasioni particolari,
tutta l'assemblea si metta in religioso ascolto di un complesso brano
polifonico o di una semplice melodia gregoriana che soli possono offrirle, a
livello d'esperienza estetica e spirituale, quanto essa stessa non potrebbe
realizzare. L'iconoclasmo - con cui s'impedisce talora ogni presenza corale
polifonica o gregoriana in nome della partecipazione attiva del popolo -
è una tragica e ridicola menzogna. Certe fibre profonde dell'essere possono
iniziare a vibrare solo se sollecitate da alcuni brani musicali la cui
esecuzione trascende le possibilità dell'assemblea Il patrimonio tradizionale è
ricco di tali musiche che per secoli hanno veicolato un'esperienza di fede e
che anche oggi potrebbero incidere nella vita di una comunità.
L'impedire in modo assoluto che ciò si realizzi, è un'azione che alla fine
sottrae alla Chiesa in preghiera un bene su cui essa vanta legittimi diritti.
Nella comunità di fede si pratica il canto per dare sostanza ai momenti
di preghiera comunitaria più volte il giorno, nella Messa e nelle ore che
scandiscono il dì e la notte. Si trasmettono da maestro a discepolo le antiche
melodie, si compongono i pezzi per adeguare la liturgia alle esigenze locali.
Si è in permanente ricerca dell’equilibrio tra nova et vetera in un
impegno che affianca il cantore al pittore delle sacre icone. Non si cerca la
propria affermazione, ma si mette la propria arte a servizio della
santificazione dei fratelli e della glorificazione del Padre celeste.
* * *
Il silenzio
orante non rende muti e sordi, bensì capaci di percepire al di sopra del
chiasso confusionario le voci importanti della vita. La solitudine non
rinchiude in una prigione egoistica l’orante, ma dilata davanti a lui i confini
dell’infinito: di questo spazio illimitato d’amore il credente si fa cantore.
* * *
Il canto
gregoriano si afferma nella vita quotidiana delle comunità oranti in quanto
preghiera appassionata. Il canto prodotto dall’apparato fonico (lingua) nasce in realtà
dal profondo del cuore, come afferma un antico tropo dei monaci nonantolani: Lingua
cor simul clamitet ad te pie Christe. Ciò spiega come mai nella preghiera
la musica debba dissolversi per lasciare trasparire la realtà trascendente.
L’evento musicale all’interno dell’azione liturgica è tutto a servizio
dell’epifania del Nome. Il fine della musica non è l’intrattenimento sociale e
la gratificazione emotiva, bensì un’esperienza di fede vissuta. Al cantore
gregoriano si richiede in primo luogo la capacità di pregare in adorazione,
nella dimenticanza del fatto musicale. Il detto evangelico “essere nel mondo
senza essere del mondo” può essere parafrasato con “cantare la musica senza
fare musica”.
* * *
Il cantore
è tale perché diviene profeta e proprio perché profeta è espropriato della sua
voce. Nella liturgia non esprime in primo luogo la propria cultura ed il
proprio gusto: è portavoce e voce di D-i-o.
* * *
L’impegno del cantore
è sempre rivolto in modo precipuo all’intelligenza spirituale della Parola di
D-i-o proclamata sempre attraverso parole umane. Uno dei problemi principali
nella liturgia è quello di liberare la Parola ispirata e permetterle di dire
tutta se stessa, di essere percepita quale Parola di D-i-o. La musica entra in
questa dinamica e lievita i discorsi umani; emergono significati reconditi e
inediti del messaggio di D-i-o. Nell’ascolto orante, in una profonda
integrazione che la fede realizza tra razionalità intellettuale, emotività
profonda e intuizione, poco per volta il canto dischiude l’incanto, la Parola
pronuncia l’Indicibile, nel tempo risuona l’Eterno, l’Invisibile si rende
visibile e tangibile. Il canto diviene per eccellenza l’icona sonora che rende
D-i-o presente nella storia quotidiana.
* * *
Alla scuola della Parola e immerso dell’adorazione quotidiana, il cantore addestra il proprio cuore a percepire la realtà su una lunghezza d’onda che non è l’immediato né il successo né il vantaggio personale. Ci si ritrova sviluppato un sesto senso per le cose che più di altre si avvicinano all’eternità e all’infinito, a Lui. Se ne avverte il fascino, ci si lascia animare da esse con una dilatazione progressiva dell’intelligenza e del cuore.
* * *
Tra le attenzioni coltivate da un cantore liturgico ce ne sono alcune che sembrano incontestabili, anzi, doverose: la disciplina che regola l’ordine del gruppo corale, l’impegno del singolo a imparare la propria parte, lo sforzo di inserirsi nella compagine vocale grazie a una positiva e umile collaborazione che sa equilibrare la potenza della voce, regolare la velocità e modulare il timbro al fine di arricchire con il proprio contributo l’esecuzione del coro. Tutti questi aspetti sono validi, ma secondari. L’attenzione primaria è la docilità allo Spirito. Chi canta nella liturgia – chiunque egli sia, un semplice fedele nella navata o un abile corista sulla cantoria – per il semplice fatto che canta si fa portavoce di un messaggio spirituale. Di questa buona novella egli diviene mediatore e amplificatore: mediatore con la propria voce, amplificatore nella vita. L’evangelion trasmesso è la Parola di D-i-o. Profeticamente essa viene annunciata da chi canta con la stessa forza con cui è stata gridata o sussurrata dai profeti d’Israel e della Nuova Alleanza: Giovanni Battista, Maria di Nazareth e la schiera dei santi tutti che in Israel e nella Chiesa hanno accolto e vissuto la Parola.
* * *
Una delle cause
principali della totale inefficacia del canto liturgico, incapace di
destare o di ravvivare la fede, è che la musica nella liturgia talora è vissuta
come se fosse una cosa semplicemente nostra, di noi cantori e
musicisti di chiesa. Ci si accontenta di scegliere delle melodie
“simpatiche”, di eseguirle bene o anche solo con effetto, di trovarsi in una
confortevole compagnia di amici. Si canta perché si trova gratificazione a
livello emotivo, intellettuale, sociale. Attraverso i testi destinati alla
liturgia, e nonostante essi, si cantano la propria abilità vocale e i propri
sentimenti che lì per lì affiorano alla superficie. L’inefficacia spirituale
del canto nella liturgia è la conseguenza obbligata di un linguaggio che non è
profetico perché non annuncia la Parola di D-i-o, ma si riduce a farfugliare
povere chiacchiere umane. È necessario allora cantare meglio, cantare più testi
biblici o d’autentica ispirazione religiosa? Sì! Occorre impegnarsi per cantare
meglio ed è saggio far sparire tanti testi mielosi lasciando di nuovo spazio
alle frasi consolatorie e taglienti delle Scritture. Ciò però è del tutto
inutile se non avviene nella scia di un cammino di fede in cui i cantori siano
impegnati su un altro versante: l’ascolto orante della Parola. Ascolto che non
può limitarsi a una frettolosa lettura, ma che consiste nel ruminare la Parola
e averla come guida fedele nell’itinerario che conduce il credente al cuore
stesso di D-i-o.
* * *
La priorità nell'azione
pastorale non va data alla musica né al successo immediato che potrebbero
avere gruppi improvvisati e pieni di buona volontà. È necessario che i futuri
cantori e musicisti di chiesa approfondiscano la propria coscienza
ecclesiale nella preghiera personale, nell'adorazione silenziosa, nella lectio
divina e nella partecipazione appassionata alla liturgia comunitaria.
Questa è la condizione che permette di acquisire nel tempo una sensibilità
liturgica che non è data imparare dai libri. Nel silenzio dell'adorazione il
cuore si apre all'accoglienza dell'Altro e degli altri, riesce ad entrare in
empatia spirituale con i membri della comunità e con gli estranei di cui un
musicista è comunque portavoce presso D-i-o, dopo che D-i-o lo ha chiamato e
inviato a proclamare nel canto la sua Parola.
* * *
Il cantore si mette
in preghiera lasciando che la Parola letta e deglutita a piccole gocce, una
goccia/versetto dopo l’altra, raggiunga il profondo del cuore, lo purifichi e
lo rinnovi, lo illumini e lo dilati sino a trasformarlo in un’ampia cassa
armonica che permette alla Parola stessa di risuonare e diffondersi. La Parola
fa allora vibrare tutto l’essere. Si è percorsi da un brivido di fiamma d’amore
che brucia le impurità e risplende illuminando i passi del cammino quotidiano.
Immobili ci si lancia in una corsa sempre più incalzante verso D-i-o, nelle
tenebre ci si lascia condurre dall’eco illuminante della Parola che riecheggia
sul selciato del tempo. Ci si smarrisce e ci si ritrova senza parole, senza
pensieri, senza nulla, ma proprio allora si è in grado di abbandonarsi alla
guida della Parola. Lo stupore dell’adorazione avvolge ora il cantore.
Finalmente egli sperimenta il silenzio che spalanca le porte alla lode. Canta,
ma non è più la sua voce che egli sente e che si sente in chiesa. Il suo canto
è la Parola profetica di Cristo che ancora oggi è via verità e vita. Parola che
ancora oggi ha la forza di spezzare le catene, infrangere le abitudini,
allargare gli spiragli per rendere presente nel cuore afflitto una carezza
d’amore, un alito di fede, un invito alla speranza.
* * *
Nella storia di
una comunità semper reformanda, il cantore
è chiamato ad assumere le proprie responsabilità quale punto di riferimento
nella vita di fede della comunità. Il che significa che deve essere
estremamente attento alle provocazioni che gli giungono da parte di D-i-o,
della comunità e del mondo extra-ecclesiale. Occorre avere il coraggio di
rischiare sotto il tiro incrociato di quanti, per motivi assai diversi, non
sopportano di essere messi in discussione o soltanto infastiditi, paralizzati e
abbarbicati come sono alle proprie fragili convinzioni religiose e ai propri
parametri estetico-musicali. Sfondare il muro dell’indifferenza grazie al
fascino spirituale del canto, può significare per l’assemblea liturgica
l’inizio di altri recuperi non meno importanti nell’itinerario di fede.
* * *
Il cantore non si
lascia né incantare da fantasmi seducenti né spaventare da spettri terrificanti
(moda, ignoranza, arroganza ...). Egli rimane fedele all’Opus Dei, a
quanto D-i-o stesso opera nel cuore umano ridestandolo alla fede, nella contemplazione
estatica dei santi misteri, nella condivisione della carità fraterna che
è dono dello Spirito di D-i-o e segno della sua presenza.
* * *
La liturgia è
finita. Ognuno torna a casa. Il cantore non sa mai se è stato mediatore
dello Spirito o se ne ha intralciato la corsa gloriosa. Con timore e tremore
avverte la sua responsabilità, ma evita di spiare con orgogliosa curiosità che
cosa sta succedendo. Come l’angelo dell’annunciazione ha compiuto la sua
missione. Ora deve solo ritrarsi per rinnovare l’ascolto della Parola, denudare
la propria fede, imboccare la via del silenzio. Nella solitudine di una stanza
o di una strada o di un treno o di una prateria sconfinata sotto la volta del
cielo che sorride ammiccando con le stelle della notte: sempre e ovunque Tibi
silentium laus.
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Troppo spesso
si sono visti crollare miti e si è scoperto, dietro alcune facciate
rispettabili, un cumulo di rovine: violenze perpetrate dall'ignoranza e
nell'arroganza, occasioni perdute per dilatare il regno di D-i-o soffocato da
impegni apparentemente più gratificanti. Non si possono dimenticare, in campo
musicale ed ecclesiale, episodi significativi quali il lentissimo ricupero
dell'organo – giudicato giustamente dalle prime generazioni cristiane pompa
diabuli – e la vergognosa piaga dei cantori evirati che per secoli hanno
sottolineato la degenerazione della liturgia ad intrattenimento popolare.
Quanto ieri sembrava inconcepibile, oggi è ovvio; quanto ieri era ovvio, oggi
fa semplicemente inorridire. Ciò che viviamo oggi, come sarà giudicato domani?
* * *
La storia della
musica sacra nei 2000 anni di vita ecclesiale è un monito ad operare secondo il
dettato evangelico - in primo luogo il Padre nostro e le Beatitudini
- e l'insegnamento sapienzale della tradizione. Per il canto nella liturgia
esiste da sempre un chiaro criterio di valutazione: la gloria di D-i-o – non il
trionfo dei ministri scaduti a presuntuosi esecutori – e la santificazione dei
fedeli - fratelli e discepoli di Cristo crocifisso e risorto (cfr. SC
nr. 112).
* * *
Nell’orizzonte
liturgico attuale, un problema serio è lo spazio che nelle celebrazioni è
“concesso” oggi al gregoriano. Questo repertorio paga le spese dovute a una
grave miopia culturale. Il gregoriano - si dice - sarebbe fuori moda, di altri
tempi. Io non canto il gregoriano perché mi sento un nostalgico del passato, ma
soltanto perché oggi mi aiuta a
pregare. E il punto è proprio qui: la liturgia è fondamentalmente un momento di preghiera che occorre disporsi a
ricevere come grazia da D-i-o, con timore e tremore, non alla ricerca di una
qualche emozione estetica, ma semplicemente alla ricerca di D-i-o,
nell’accostarci alla sua presenza, nell’ascoltare la sua voce, nel percepire il
suo silenzio che fa spazio nel nostro cuore. Secoli di esperienza spirituale
nella Chiesa hanno permesso a innumerevoli credenti di fare un’esperienza di
fede attraverso il cantare e anche il solo ascoltare le melodie gregoriane.
Perché privare il popolo cristiano della Parola di D-i-o che costituisce
l’ossatura testuale della massima parte del repertorio gregoriano? Nella vita
della Chiesa ci sono senz’altro valide esperienze diverse, ma è assurdo in nome
del pluralismo culturale operare una riforma – quella liturgica – eliminando
quanto potrebbe alimentare la fede di tanti fratelli. Il vero problema non è
costituito dal gregoriano o da un altro e diverso repertorio musicale: il
problema reale è sapere che cosa sia l’azione liturgica, che cosa fare per
viverla in un’esperienza spirituale. Penso, ad esempio, alla formazione del
clero a partire dal seminario, penso alla “regia” di tante celebrazioni che
scimmiottano le mode dimenticando che “chi sposa la moda oggi,. domani è
vedovo!” (card. Suenens). In mezzo a tanta confusione, mentre si ha
l’impressione che troppe cose vadano alla deriva, occorre afferrare saldamente
la Parola di D-i-o, riuscire a percepirne il significato mistico che le melodie
gregoriane aiutano a dischiudere. Preghiamo cantando e cantiamo pregando. Il
tempo stenderà un velo pietoso su quanto non è né vero né bello, e lascerà
risplendere la gloria vera che il gregoriano riesce a diffondere nei cuori di
chi, nel silenzio, si mette in ascolto: giorno dopo giorno, senza nulla
pretendere, ma con il cuore aperto come la mano dell’accattone che tutto spera
perché crede nel Benefattore che non disperde al vento i suoi tesori.