Arte
e musica: per i
credenti
un’eredità dimenticata?
• Sandro
Magister
La più sconvolgente metamorfosi che la Chiesa ha vissuto nell’ultimo mezzo secolo è avvenuta nella liturgia: è stata fatta tabula rasa di architetture, immagini e musiche che avevano evangelizzato i popoli in passato. Come farne di nuovo tesoro.
Ha
fatto notizia in ottobre a Roma e nel mondo la nuova chiesa dell’architetto
Richard Meier consacrata in località Tor Tre Teste. Con le sue geometrie nitide,
bianchissime. Le vele. La luce inondante. «E’ una barca, la navicella di Pietro,
che fende il mare della città»: questo è quanto hanno afferrato i primi
visitatori, instradati dal parroco. «Testimonianza di evangelizzazione»,
c’è scritto sul foglietto dell’Opera romana per la preservazione della fede. E
il soggetto della buona notizia evangelica è lì, alto sul fondo della navata, un
crocifisso del Seicento in legno e cartone, recuperato da un’altra chiesa di
periferia. Non c’è altra immagine nella Chiesa. Verranno, le immagini, ma non si
sa né quando né come. Intanto è comparsa una Madonnina biancoazzurra su una
colonnetta di plastica, per sopperire provvisoriamente a quel vuoto. Eloquente e
muta, è l’ossimoro di questa nuova chiesa. Eloquente di trascendenza e
spiritualità, ma povera di esplicitazione cristiana. Purissima di linee, di
superfici, di materiali, di luci, ma taciturna nel tradurre questo afflato
emotivo in realtà e sacramento, in materialità di Chiesa terrena e celeste. C’è
tutto il fascino e l’inganno dell’incompiuto in questo che è considerato
capolavoro dell’arte sacra contemporanea.
E le
chiese dei secoli passati? Anch’esse patiscono questo effetto di tabula
rasa. Visitatori e credenti si compiacciono del falso romanico
ottenuto raschiando tutta la fioritura architettonica e iconica cresciuta nei
secoli successivi. Comunità concelebranti impegnate si stringono attorno a
tavoli posticci sullo sfondo di architetture e figure ricchissime ma ammutolite,
declassate a spazi neutri, a segni svuotati, a reliquie d’un passato di
cristianità da dimenticare. La biblia pauperum degli affreschi sulle
navate, le storie visive dell’Antico e del Nuovo Testamento sono ridotte a note
a pie’ di pagina del passeggiare turistico. Non c’è più una sola omelia che
conduca lo sguardo dei fedeli sull’una o sull’altra delle immagini che li
avvolgono, e riporti l’immagine alla realtà che si attualizza
all’altare.
La
dimenticanza di sé, della propria identità cristiana, che il Papa imputa oggi
all’Europa, ha nella Chiesa il suo corrispettivo. Ed è l’incapacità a leggere, a
capire, a vivere i luoghi materiali nei quali la Chiesa celebra i propri mysteria
salutis. C’è però un provvido soprassalto a questo stato di cose. Il
tesoro di santità e sapienza della Chiesa fatta di uomini impedisce di
dilapidare l‘incommensurabile patrimonio simbolico delle chiese fatte di pietre,
colori e, perché no, musica. Il libro di Giuliano Zanchi Lo Spirito
e le cose, edito da Vita e Pensiero, è una di queste salutari
promesse. Esso si offre come una visita guidata ai luoghi della liturgia, là
dove le “cose” si fanno riplasmare dallo Spirito. L’autore prende per mano il
credente smarrito e lo reintroduce nella chiesa che, passo dopo passo,
riacquista per lui il volto della Chiesa con l’iniziale maiuscola. Dal sagrato,
alla porta, al pulpito, all’altare. Attraverso le variazioni che ciascuno degli
elementi costitutivi delle chiese cristiane ha assunto nei secoli, dalla
primitiva domus ecclesiae, alle basiliche
paleocristiane, su su fino al rinascimentale e al barocco. Non c’è nulla di
nostalgico nella rivisitazionc che Zanchi fa dell’antico. L’autore è sostenitore
convinto della riforma liturgica disegnata dal Concilio Vaticano II. E non fa
velo delle sue insofferenze nei confronti dell’arte barocca e dei secoli
successivi, con le relative teologie e prassi controriformistiche, tutte
assegnate a una decadenza troppo sbrigativamente descritta e liquidata. Ma anche
questo è realismo cristiano, è andare oltre l’estetica astratta. Guidare è anche
decidere, l’arte sacra nei secoli è cresciuta anch’essa su decisioni forti, su
cancellazioni e ampliamenti e ripristini. Una visita guidata agli spazi
liturgici non è come la visita di un museo. Fa interagire il soggetto in misura
impensabile altrove. Il lettore diligente una cosa scoprirà alla fine del suo
viaggio: che non si dà piena comprensione dell’architettura e delle arti
cristiane se non nel sacramento che in esse si celebra, al punto che le stesse
sussistono, senza di esso, solo come imago
incompiuta.
E’
questo il cuore della questione. Il riprendere consapevolezza dei tesori
dell’arte sacra è inscindibile da un rinnovarsi della Chiesa nei suoi elementi
fondanti, liturgici, di culmen et fons. E qui di nuovo soccorre il
libro di Zanchi nella persona del suo stesso autore, che si definisce
semplicemente, nel risvolto di copertina, «prete della diocesi di Bergamo». Il
libro ha una genesi importante. Ha preso le mosse da un gruppo di preti e di
laici che da più di cinque anni riflettono su tre aspetti della pastorale
liturgica: la comprensione del rito; i risvolti antropologici ad esso sottesi; i
luoghi del celebrare. La convinzione comune di questo gruppo è che la pratica
liturgica, che pure continua ad essere frequentata e generosamente animata, è
condannata alla mediocrità, se non sorretta da una forte e illuminata ripresa
d’impegno sui tre punti enunciati. E la liturgia è inscindibilmente connessa
all’evangelizzazione, che l’episcopato italiano ha individuato come compito
primario per l’inizio del terzo millennio.
In
Italia e nel mondo. I luoghi e le forme liturgiche sono anche 1’immagine più
diretta che la Chiesa dà di sé sulla scena pubblica. La più sconvolgente
metamorfosi che la Chiesa ha vissuto nell’ultimo mezzo secolo è precisamente
avvenuta nella liturgia. Non c’è modifica conciliare che abbia inciso più
vistosamente di questa, e il passaggio dal latino al volgare ne è stato solo un
elemento, neppure centrale. Ma anche di questo c’è scarsa consapevolezza. E così
la Chiesa si propaga nei continenti extraeuropei trapiantando anche là lo
smarrimento di sé di cui oggi soffre nelle terre d’antica cristianità. La
poderosa immagine pubblica di papa Giovanni Paolo II in missione fino ai confini
della terra è assunta da molti come lasciapassare per liturgie modernizzanti,
tributarie di stili e regie televisive, oltre che di azzardate contaminazioni
esotiche. Dalle messe cantate in latino nella penombra delle cattedrali ai
grandi meeting religiosi e interreligiosi en plein
air: è questa la traiettoria che s’è imposta di fatto per descrivere
il mutamento d’immagine della Chiesa cattolica da prima del Concilio a
oggi.
E in
questo passaggio l’eredità architettonica e artistica è stata la grande
dimenticata. E con essa la musica liturgica fatta di gregoriano, di polifonia e
di organo, la triade classica della quale la costituzione Sacrosanctum Concilium ha riconfermato non
l’esclusività ma il primato, peraltro clamorosamente disatteso nei fatti. Per la
grande musica sacra vale la stessa dinamica dell’architettura e delle arti
figurative: non c’è capolavoro di musica liturgica che regga al di fuori della
celebrazione. L’Exultet della veglia pasquale non è
nulla se cantato in un’aula da concerto, anche dal più bravo tenore del mondo. E
viceversa. La forma della liturgia d’Occidente è vissuta per secoli di suoi
stili musicali continuamente ricreati. Annientare questi ultimi in blocco e
sostituirli con improvvisazioni di stupefacente pochezza è intaccare la figura
stessa della Chiesa in tutta la sua potenza sacramentale e simbolica. Pochi
avvertono che anche il percorso ecumenico è invalidato da questi strappi
violenti. Immaginiamo per assurdo una Chiesa ortodossa d’Oriente che d’un colpo
abbatta le iconostasi, porti l’altare in mezzo ai fedeli e in più ammutolisca la
musica della liturgia di san Giovanni Crisostomo. Per assurdo,
appunto.
Per
risalire la china, la formazione del clero è un passaggio decisivo. Acume
teologico, competenza storica, sensibilità artistica, esperienza pastorale: è
questo il combinato che la Chiesa dovrebbe esigere dai suoi preti nel nuovo
millennio. Per dar corpo alla riforma cattolica il Concilio di Trento ha
prodotto il clero, appunto, tridentino. Dal Concilio Vaticano Il dovrebbe
nascere una figura di prete capace di immettere nella modernità tutta la
ricchezza dei tesori della tradizione, nei suoi momenti più alti. Il gruppo di
Bergamo da cui è nato il libro di Giuliano Zanchi fa ben sperare. Nel resto
d’Italia, una diocesi in cui è viva la sensibilità per l’arte cristiana come
luogo teologico e scuola di fede è Firenze. Nel 1997 i vescovi della Toscana
hanno pubblicato una nota pastorale che nel suo genere è una prima assoluta: il
primo documento della Chiesa dedicato alla funzione spirituale, pastorale e
catechetica dell’arte sacra. E a Firenze è nato un Ufficio diocesano
espressamente finalizzato alla catechesi attraverso l’arte, il cui animatore è
Timothy Verdon, americano, storico dell’arte, dal 1994 prete nel capoluogo
toscano. Verdon, già autore del magnifico libro L’arte
sacra in Italia edito da Mondadori, lavora a un Manuale di
storia dell’arte cristiana per la formazione dei preti, suggerito fin
dal 1992 dalla Pontificia commissione per i beni culturali della Chiesa in una
lettera ai vescovi di tutto il mondo. Il progetto prevede un testo base con
varie edizioni nazionali, combinato con un cd-rom, più un portale web
multimediale con possibilità di studio a distanza.
L’idea guida è che l’Europa cristiana invocata da Giovanni Paolo II può avere il suo rinascimento proprio da qui: da una riscoperta di quel formidabile strumento di educazione alla fede costituito dall’architettura e dall’arte sacra, di cui l’Italia e l’Europa sono incomparabilmente ricche. E da una preparazione dei preti all’altezza di questa sfida.
Estratto da Vita e Pensiero 1 | 2004